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La rivoluzione cristiana meridionale

di Luciano Nicastro

CITTA’ DEL VATICANO – Il recente Convegno di Napoli della Conferenza Episcopale Italiana non ha avuto solo il merito di mettere in rete e valorizzare il ruolo dei credenti e delle Chiese del Sud per la rinascita di una nuova speranza in queste terre martoriate, ma ha posto il grande tema di una profonda “rivoluzione cristiana meridionale”, capace di realizzare l’antico sogno di una società meridionale più civile, libera e fraterna mediante l’incontro tra le radici cristiane e le sfide della sua modernità. In questa area dell’Italia il livello di sostenibilità sociale della criminalità, della illegalità e della ingiustizia sociale, con la disoccupazione giovanile e femminile al punto più alto del Paese, è ormai non più sopportabile. Lo sguardo essenziale e strategico della Chiesa si è elevato al “piano superiore” della ripresa strategica di un cammino ecclesiale e civile iniziato con il documento della CEE del 1989 intitolato “Chiesa e Mezzogiorno”. La riflessione corale è stata convergente e unanime; non ha semplicemente registrato battute di arresto, situazioni di stallo, tradimenti e infedeltà, ma ha individuato anche la novità dell’inizio di un processo di “resurrezione meridionale integrale”, spirituale e morale, culturale ed economico-sociale, che prelude ad una nuova storia civile di maggiore coesione e crescita con un vero sviluppo organico più diffuso e non solo a pelle di leopardo. La luce opportuna, saggia e responsabile, è stata posta dal Cardinale Crescenzio Sepe (nella foto), Arcivescovo di Napoli, sulla nuova soggettività morale, spirituale e culturale complessiva della Chiesa nel Sud, delle Chiese del Sud, con un ruolo più deciso e più alto sul piano pastorale e civile, non ripetitivo dei modelli pastorali e socio-culturali del Nord. Come ha precisato il porporato, “Il riscatto del Sud deve partire dalle sue stesse risorse, dal suo capitale umano e spirituale, dalla storia spirituale e religiosa del Meridione, dove intellettuali e popolani, emigranti e immigrati, disoccupati e precari, vivono e soffrono insieme senza vergogna e senza nascondersi le difficoltà”. La riflessione a più voci dei Pastori delle Chiese del Sud si è intrecciata con le analisi di alcuni laici cattolici come Piero Barucci, economista, e Giuseppe Savagnone, educatore e uomo di Scuola, che si sono decisamente orientati a riaprire la questione meridionale come questione morale e politica di valore nazionale e strategico che deve ritornare ad interessare la mente e il cuore non solo della Politica ma soprattutto della Società Civile e della nuova Evangelizzazione della Chiesa nel Sud. E’ fuorviante però concepire sul piano ideale e concreto la modernità “cristiana” come una risposta ad un deficit identitario del Mezzogiorno, nel senso che la gente del Sud, legata più ad una religione cultuale, chiusa nelle mura del tempio, che ad una religione viva, “non ha saputo trasformare la sua fede in passione civile” (cfr. Avvenire 14 febbraio 2009). Come aveva precisato l’Arcivescovo di Palermo, Monsignor Paolo Romeo, nel Sud e in Sicilia, in particolare, “non è ancora così radicata la crisi della famiglia, la religiosità popolare è molto forte, anche se da rievangelizzare, mentre le vocazioni tengono. Le Comunità cristiane meridionali non conoscono l’anticlericalismo che altre regioni sperimentano e ciò contribuisce a creare un senso più saldo di appartenenza alla Chiesa universale” (cfr. Avvenire 12 febbraio 2009, p. 4). Non è stata auspicata solo una nuova stagione della solidarietà nazionale né invocato il solito assistenzialismo a pioggia, ma proposto “un meridionalismo moderno, non piagnone ma riformatore e solidale, che può risorgere sul piano culturale e politico, se «risorge» su quello spirituale” (cfr. L. Nicastro, Quale meridionalismo: una nuova idea, una nuova frontiera”, in “Le leve dello sviluppo”, Erripa, Palermo 2006). La prima decisione ha riguardato la via maestra della vita  pubblica più coerente ed autentica della Fede cristiana nella nuova società multi-culturale e multi-religiosa con una più forte e convinta testimonianza personale e comunitaria. E’ stato ribadito che occorre marcare di più la distanza dal collateralismo politico che ingenera e alimenta la conservazione ed una certa confusione fra sacro e profano, fra lecito e illecito. Nel Sud non resta che continuare ad immergere la fede nella profezia e nella testimonianza sino all’eroismo quotidiano del martirio sull’esempio straordinario di Don Pino Puglisi e del giudice Rosario Livatino. Se cresce Dio nel Meridione, cresce anche l’uomo, e si sente il profumo della sua dignità, libertà e civiltà. Gesù Cristo non si è fermato ad Eboli ma non si deve dimenticare che ha scelto di nascere nel Sud del Mondo, a Betlemme di Giudea. Ogni Sud è in qualche modo sua patria natale preferenziale. Scegliere Cristo e testimoniarlo con la Parola, la vita e le opere significa disseminare per le vie del Sud i semi di una rivoluzione cristiana “meridionale” non violenta che dalla Chiesa si diffonde nella Società, attraverso la Scuola, la cultura e l’educazione delle giovani generazioni. Vale l’ammonimento dell’indimenticabile Monsignor Cataldo Naro, già Arcivescovo di Monreale, che scriveva: “Amiamo la nostra Chiesa” (Lettera Pastorale 2005) e invitava a dare, come egli fece, la vita per Lei. Secondo questo santo Vescovo, la Chiesa del Sud doveva risplendere come “luce gentile” (Cardinale Newman) non solo nel tempio ma soprattutto nella società meridionale affetta da patologie morali storiche e da evidenti strutture di peccato, brodo di coltura della devianza sociale e della religione del male come regno della legge del più forte. La Chiesa italiana è ormai sul punto di dover fare i conti con il federalismo cinico e indifferente nelle varie regioni non solo sul piano di una sana laicità positiva e ricostruttiva di nuove relazioni dialogiche ma anche su quello della solidarietà nazionale come garanzia di maggiore giustizia sociale e di equilibrata redistribuzione della ricchezza complessiva e del lavoro meridionale come contributo doveroso e riparatore allo sviluppo solidale del Paese che non può più essere contestato dagli egoismi dei territori più ricchi. Le regioni meridionali, se venissero abbandonate a se stesse, affonderebbero nelle disuguaglianze ed ineguaglianze di una più grave crisi sociale ed economica che porterebbe con sé quella  morale, spirituale, religiosa e politica dell’intero Paese e della stessa democrazia. Dopo il Convegno di Verona, quello di Napoli riannoda e rilancia con la pastorale sobria del lieto annuncio anche quella della speranza cristiana che impegna in una nuova missione le nuove generazioni ed i territori di confine riaffermando l’esigenza della conversione del cuore con la prassi di una testimonianza profetica nei luoghi di vita e di lavoro quotidiano. Bisognerà ripartire dai punti di crisi del tessuto sociale che impediscono il risveglio ecclesiale ed un sano regionalismo “cristiano” solidale e pacifico sia nel Meridione che nel Settentrione. Come è noto, la modernizzazione solidale e giusta del Paese non verrà automaticamente dalla politica economica, ci vorranno i valori cristiani della condivisione e della coesione, dell’armonia e della Pace sociale, della persona e della Comunità. Ci vuole sin da subito un percorso ed una lunga seminagione di formazione del laicato cattolico, di una sua plurale espressione progettuale e profetica, di una missione in rete che superi la debolezza meridionale della carenza strutturale di Centri di alta cultura e di eccellenza formativa cattolici aperti nelle diverse regioni meridionali. La Chiesa del Sud è oggettivamente piena di tradizioni gloriose ma povera di strutture “strategiche”. Bisogna colmare il gap esistente con il resto del Paese. Da queste parti è spesso la Chiesa Meridionale a rappresentare il primo e profondo legame con l’Italia unitaria, la ragione profonda della speranza e della solidarietà nazionale, mentre lo Stato talvolta è visto lontano e presente solo con i militari e le ”ronde colorate” o con le tasse sempre più esose come ai tempi del vecchio meridionalismo liberale post-unitario. E’ cambiato il volto del Mezzogiorno ma ancora una volta solo dal cristianesimo vengono messaggi di speranza e di cambiamento profondo con l’invito ad uscire dall’alienazione con  fiducia e  speranza. La Chiesa, incarnata nel dolore e nella miseria del Sud del Paese, ha imparato a trovare nella struttura religiosa la leva maestra per combattere la devianza, la depressione ed il disorientamento esistenziale e sociale del Meridione. Nello splendore della propria povertà spirituale e materiale indica ancora nell’Eucaristia la via della sua libertà e credibilità e la fonte dell’apostolato e della missione del Vangelo in mezzo ai giovani e ai poveri meridionali, vecchi e nuovi. Le strutture di peccato (compresi i concorsi pubblici che non si fanno ma si continuano a promettere!) inquinano di più ed ancora più pervasivamente il tessuto sociale e la socializzazione intergenerazionale, la politica e l’economia e la stessa qualità democratica. Non c’è soltanto la gramigna del malaffare, ma accanto vi cresce una pesante e ingombrante società della paura e della insicurezza. Spesso ci si serve della Chiesa ma non la si serve perché non la si ama abbastanza come Chiesa di Cristo Signore. L’avventura cristiana della responsabilità civile passa ancora una volta per la Santità personale e comunitaria dei meridionali, per la Chiesa del Confessionale e del Grembiule, come amava pensare il santo Vescovo Monsignor Tonino Bello. Ha ragione il Cardinale Angelo Bagnasco quando ribadisce a conclusione dei lavori del Convegno di Napoli “i punti fermi”: il Cristianesimo “non è una religione civile… e se la fede non diventa cultura e non ispira la storia, resta un’astrazione: è come dire che non c’entra con la vita dell’uomo” (cfr. Avvenire 14 febbraio 2009, p. 5). Un nuovo spazio di impegno maturo, di cittadinanza “spirituale” e di orientamento cristiano è nato nel Sud. E’ il laboratorio progettuale della pastorale della Speranza nelle parrocchie delle mille città meridionali che chiamano con le proprie campane le Chiese sorelle del Nord.