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L’Onnipotenza di Dio è l’Onnipotenza dell’Amore
del Cardinale Angelo Comastri

L’inferno esiste ed è eterno
di Maurizio Fois

Quando l’Eucaristia è vittima dei satanisti
di Stefano Cropanese

Gli Ordini dei Canonici Regolari: numeri e abiti
di Daniele Di Sorco

Sul valore teologico del Concilio Vaticano II
di Don Curzio Nitoglia

Se anche le altre religioni recitassero il ‘mea culpa’
di Sergio Rolando

Il Generale e la cappella del disonore
di Gianluca Barile

La Grazia e il Peccato, nostro pane quotidiano
di Luciano Nicastro

Lettera a un seminarista
di Andrea Maniglia

Pompei, dove la Madonna appare ai cuori
di Padre Antonio Rungi



Gli aspiranti Padri conciliari

di Armand du Plessis

CITTA’ DEL VATICANO – Le uscite, quasi simultanee (speriamo che questo fattore non abbia scatenato le consuete gelosie tra cattedratici), del dotto Hans Küng su “le Monde”, e del giovane, assai ambizioso, Vito Mancuso, ospitato dalle generose pagine di “Repubblica”, hanno riaperto, sui giornali più amati dagli intellettuali della sinistra illuminata europea, il dibattito sulla presunta necessità d’un Concilio, nel quale la Chiesa sciolga nodi legati al suo rapporto con la natura, la propria struttura e il mondo contemporaneo. Dal suo studio di Tubinga, il teologo svizzero ammonisce addirittura circa il rischio che Santa Romana Chiesa divenga una “setta”. Ci chiediamo se, in fondo, coerentemente con le lezioni che impartisce da decenni, lo scapigliato professore non si auguri questo evento. Di una setta, infatti, lo vedremmo degnamente a capo. Sul parallelo del medesimo aulico dicitore tra “Cremlino d’un tempo” e Vaticano, anche in giorni di Quaresima, possiamo ben sorridere, come farebbe persino un Leonid Breznev se fosse ancora vivo. Benedetto XVI, appena eletto, nel 2005, ricevette Küng a Castelgandolfo, lo trattò da amico, oltrechè collega, eppure, oggi, il teologo di Tubinga lo accusa di essere un “Grande Inquisitore romano”: “Non far del bene se non sei pronto all’ingratitudine”, recita giustamente un vecchio memento. Giusto per chiudere con una nota comica, dopo aver aspramente criticato il reintegro dei lefebvriani, l’ardito Küng auspica un “gesto forte”. Una riabilitazione. Per se stesso. Che il Signore doni a Küng un salutare bagno d’umilità. Veiniamo ora a Mancuso. L’egolatria conduce verso territori distanti dalla piena comprensione delle cose. Il problema di colui che il “Foglio” chiama “Doctor diabolicus” è, invece, soprattutto, il rapporto della libertà cristiana con la natura: all’uomo dev’essere consentito di liberarsi da essa, dai suoi costringimenti, dallo stesso concetto di ineluttabile. Notiamo, dall’argomentare del Mancuso, una totale sintonia con l’anima piu’ laicista della sinistra italiana, quella impersonificata dal professor Umberto Veronesi, Stefano Rodotà, Paolo Flores D’Arcais, Marco Pannella… Posizioni legittime, ci mancherebbe. Tendenti, dopo la dolorosa vicenda della fine di Eluana Englaro, ad imporre all’opinione pubblica il tema del “laissez faire” sulle scelte ultime dell’esistenza: via lacci, costrizioni, imposizioni dall’alto, fossero pure votate democraticamente dai rappresentanti della maggioranza eletta dal popolo. Autodeterminazione per tutti. A prezzi accessibili. Un generoso discount che commercia vita e morte; che vende la pillola miracolosa capace di abolire la sofferenza, fisica e morale. Liberi tutti di sostenere queste tesi, Küng, Mancuso e intendenza assortita. Ma osiamo porci una domanda: perchè questi nemici acerrimi delle gerarchie, dei fortilizi blindati, dell’oscurantismo, s’atteggiano a chierici predicatori di Concili, nuovi comandamenti, avanguardistiche teologie? Non potrebbero, almeno una volta all’anno, mostrarsi più autenticamente laici? E, infine. I due personaggi, per certi versi simili al “Gatto e la Volpe”, sostengono, da tempo, che l’insofferenza, tra i fedeli e gli stessi componenti del clero, aumenta giorno dopo giorno, tesi avanzata anche dal solito  Marco Politi (quello che dava Giovanni Paolo II per finito dieci anni prima della  scomparsa…) nel suo ultimo libro. Litanie del genere, caratterizzano praticamente ogni pontificato. Nella Chiesa spirerebbero venti di ribellione, moti di malcontento, ansie libertarie (Dio non voglia libertine…). Ci chiediamo se questi ammennicoli polemici altro non siano che i desideri nascosti di chi perora, per la Chiesa stessa, una svolta che somiglierebbe a una dissoluzione. Nel nulla.

 

 

Chi è Armand du Plessis ?

“Ciò che permette al sovrano saggio e al buon generale di colpire e conquistare, e raggiungere le cose al di là della portata della truppa, è lo spionaggio”. E’ il motto dell’Armand Jean du Plessis di ‘Facebook’, nostro nuovo collaboratore, personaggio in incognito che sta facendo impazzire (di curiosità) il social network più cliccato del mondo. Al Cardinale Richelieu, il neo collaboratore di ‘Petrus’ prende il nome e la sua scaltrezza, per quanto dimostra di essere amante del paradosso, arguto e tagliente. Ma a differenza del porporato francese, è molto amato dal suo popolo (on-line).