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Focus sul Campionato di Calcio – La mano di Adriano e la faccia tosta di Moratti
di Luciano Moggi
Se Moratti avesse un po’ più di considerazione verso gli altri, certamente non guasterebbe. Ma l’uomo è quello che è. Si sente superiore e non perde occasione di ribadirlo. Però una cosa l’ha ammessa e non è poco se succede dalle parti di via Durini. Con la formula del dubbio, che nel caso è chiaramente pleonastica, il patron nerazzurro, riferendosi alla rocambolesca vittoria nel derby favorita da un gol di mano di Adriano, ha detto che “può darsi che il tocco sia stato determinante”, ma ha aggiunto, e qui è la sua carica di superiorità, che “la squadra era sicura e determinata e avremmo vinto comunque”. Chi glielo assicura, Moratti non lo dice, ma forse è perché non c’è la controprova, e il Milan che potrebbe tranquillamente essere di parere opposto, non può dimostrarlo. Di più, per chi parla di favori arbitrali nei confronti dell’Inter, Moratti trova la comoda spiegazione che “una svista può capitare” e, non contento, sottolinea che fino alla scorsa settimana era l’Inter a trovare episodi sfavorevoli. Di sicuro, una cosa strana è che l’Inter non ha subito neanche un rigore, ma di questo non si sono accorti né Moratti né Mourinho, perché entrambi vedono solo ciò che gli conviene. Ora, intendiamoci, è dall’inizio dell’anno che dico che sarà l’Inter a vincere, però è il come si vince che non mi convince (chiedo scusa per il gioco di parole). Quel gol di mano di Adriano (mano o braccio non fa differenza) è stato un colpo micidiale ad un Milan già tormentato da assenze pesantissime (un Kakà non lo si può regalare a nessuno) ed è strano che Rosetti, fresco assegnatario del titolo di arbitro migliore del mondo, inciampi in un infortunio del genere. E mi sono sembrate solamente stucchevoli le questioni sulla volontarietà o meno del fallo. Il caso è chiarissimo: senza la spinta del braccio o della mano la palla non sarebbe finita in rete. Poi Rosetti ne ha combinato altre, una anche a favore del Milan su un secondo giallo graziato ad Ambrosini, ma più determinante è stata la mancata concessione del rigore su una cintura di Chivu ai danni di Inzaghi. Era evidentemente una giornata tutta a favore dell’Inter, visto che in questa chiave può anche vedersi il pareggio cui la Juve sul suo campo è stata costretta dalla Samp. Un gol bello di Pazzini su un’invenzione di Cassano, un’altra palla del talento barese che ha ingannato tutti e ha fatto venire i brividi anche a Buffon stampandosi sul palo, e poi una sorta di assedio di Fort Apache condotto dalla Juve al fortilizio di Castellazzi, con un pareggio soffertissimo, colto da Amauri in un contesto di legni mai visti, un pallone di Del Piero prima sulla traversa e poi sul palo, e una rivincita personale di Giovinco, suo l’assist ad Amauri, ma anche molto di più. La conclusione è che l’Inter ha fatto il vuoto e sebbene Cobolli Gigli continui a ripetere che bisogna ancora crederci (e deve farlo perché diversamente potrebbero diventare a rischio anche il secondo e il terzo posto) la ragione dice che l’Inter se n’è andata e sarà difficile ricreare le situazioni che meno di un mese fa avevano fatto pensare alla possibilità di un aggancio. Sicchè d’ora in poi vivremo con meno passione questo campionato già andato e semmai proveremo ad indovinare come finirà l’assalto al quarto posto, dopo il brutto scivolone della Roma a Bergamo nella giornata che poteva consentirle di scavalcare sia il Genoa che la Fiorentina impegnate nel confronto diretto. A Marassi è finita peggio che a San Siro perché il rocambolesco 3-3 colto dalla squadra di Prandelli due secondi dopo la conclusione del tempo di recupero ha scatenato le proteste dei liguri e la reazione rabbiosa della gente, per via di un calcio di punizione sugli esiti del quale la palla è finita in rete, scagliata un’altra volta da Mutu, una tripletta la sua di sapore sensazionale. Al Genoa hanno perso tutti la calma a cominciare da Gasperini, che aveva dato già nella precedente partita segnali di un precario self control e in sostanza è finita la luna di miele con gli arbitri, la fiducia nel nuovo corso, il clima di serenità che si sarebbe andato respirando, tutti concetti bla bla bla che da Preziosi in giù a Genova sono andati propagandando fino a quando la squadra ha vinto. Nel caso, quel risultato sia pure all’ultimo secondo o due secondi dopo, andava accettato, come tutti gli altri episodi che avevano esaltato il Genoa. E invece l’agitazione in campo si è allargata alla folla sugli spalti con le conseguenze che si sono viste. Non voglio dire che ci sia un nesso, ma un miglior controllo della tensione di fine gara avrebbe dato tutt’altro messaggio alla gente. Mi sono ricordato di quello che successe in un Bologna-Juve di qualche anno fa, quando un calcio di punizione consentì alla squadra bianconera di andare a rete e Gazzoni Frascara, all’epoca presidente del Bologna, vide in quella decisione arbitrale complotti a suoi danni, quando la colpa era invece solo del Bologna che infatti andò poi a perdere l’ultima gara interna con il Parma che contava ben 5 squalificati, condannandosi di conseguenza. Spiace che Gazzoni ne parli ancora, incapace di vedere nell’episodio solo la normale casualità, esattamente come accaduto in Genoa-Fiorentina.
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