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del Cardinale Angelo Comastri

L’inferno esiste ed è eterno
di Maurizio Fois

Quando l’Eucaristia è vittima dei satanisti
di Stefano Cropanese

Gli Ordini dei Canonici Regolari: numeri e abiti
di Daniele Di Sorco

Sul valore teologico del Concilio Vaticano II
di Don Curzio Nitoglia

Se anche le altre religioni recitassero il ‘mea culpa’
di Sergio Rolando

Il Generale e la cappella del disonore
di Gianluca Barile

La Grazia e il Peccato, nostro pane quotidiano
di Luciano Nicastro

Lettera a un seminarista
di Andrea Maniglia

Pompei, dove la Madonna appare ai cuori
di Padre Antonio Rungi



Un abbraccio alla vita

di Vincenzo Malacrinò

CITTA’ DEL VATICANO – Comprendiamo bene la sofferenza di chi vive accanto a chi sta male e la sofferenza di chi sta male accanto a chi vive. Ma nessuno di noi può e sa misurare il dolore. Nessuno può entrare nel merito del dolore. Si tratta di un fatto molto personale e per questo non lo si può codificare dentro una scala di valori. Al di là di tutto, non si può stabilire se e quanto sia giusto soffrire. A volte soffrono molti “non malati” rispetto ai “malati”. Quindi, forse, bisognerebbe chiedersi che cosa è la sofferenza. Bisognerebbe chiedersi se un bambino soffre nei primi stadi di vita, dopo la fusione del gamete maschile con quello femminile e durante la divisione, quando da una cellula se ne formano due e poi diverse. I fenomeni di divisione, di distensione e di accrescimento cellulare sono velocissimi e numerosi. Bisognerebbe chiedersi se in queste fasi si prova dolore; bisognerebbe cercare di capire se il feto prova gioia o sofferenza durante l’evoluzione dei propri tessuti. E se veramente soffrisse, cosa bisognerebbe fare? impedire la nascita di nuove generazioni? Bloccare e fermare il dono della vita? Quel bambino ancora non nato, quel feto che assomiglia ad un uomo, è una vita, è un dono di Dio che vive attimi e battiti nel momento presente. Certamente, il bambino durante il parto prova dolore, ma a nessuno è mai venuto in mente di impedire le nascite solo perché l’affaccio alla vita è preceduto da sofferenza sia per il piccolo che per la madre. Questo è il parto della vita che dura nove mesi. Vi sono altri parti che si protraggono più a lungo e che suscitano la sensibilità di chi vive momenti di grande e comprensibile tensione, ma ciò non può portare il “soggetto pensante” a staccare una spina. Se il parto della vita dura nove mesi e altri non sappiamo quanto, dovremmo prendere coscienza che il “tempo” è una convenzione umana, perchè per Dio mille anni sono come un giorno ed un giorno sono come mille anni. Non si può annullare una vita perchè si stabilisce il limite e il tempo della sofferenza. Non si può e non si deve perché, magari, la persona amata vive nella pace e nella serenità. E’ forse troppo il dolore di chi le sta accanto. Proprio per questo, si tende a voler mettere la parola “fine” ad una storia durata troppo. Ciò, spesso, si giustifica come desiderio di voler fare del bene a chi sta male. Bisognerebbe affermare con chiarezza, invece, che si intende decidere per chi non può decidere; per chi vive su un letto o per chi, come un feto, dentro il “pancione” della madre. Entrambi sono indifesi e non c’è differenza tra quella ragazza stesa e alimentata artificialmente su un letto e quel piccolo bambino che vive dentro la propria madre. Per entrambi si ha la possibilità di decidere. Ad entrambi si può far del bene o del male. L’importante è ricordarsi che si tratta di figli. Eluana, spero che nessuna persona decida al posto tuo e che tu possa riaprire gli occhi e il cuore a questo mondo. Nulla è impossibile a Dio. Ti abbracciamo.