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Quale Pace con i clandestini

di Luciano Nicastro

La vita economica e sociale degli ultimi anni, nell’intero Paese (compreso il Nord!) ha dimostrato ampiamente che anche i clandestini sono numericamente necessari, sia quelli che arrivano come tali, sia quelli che lo diventano per decorrenza dei termini e dei requisiti del permesso di soggiorno. La guerra cieca e ostinata del Governo Berlusconi contro i clandestini continua quotidianamente, ma alla prova dei fatti si è ormai rivelata inutile, dannosa e costosa su tutti i piani, da quello economico a quello sociale, morale e politico: precarizza l’economia reale, produce odio e rancore negli stessi immigrati regolari e mortifica le radici cristiane del Paese e del suo ethos pubblico rendendo cupa e difficile la nostra futura convivenza multiculturale. Il contrasto duro e muscolare non è stato pagante né è conveniente, non ha interrotto il fenomeno ma ha reso solo impossibile il governo ragionevole del superamento della clandestinità. Costa di meno ed è più efficace, a questo punto, la pace. Da una politica di pace verso i clandestini abbiamo tutto da guadagnare e nulla da perdere, purché non sia una resa incondizionata ma una svolta metodologica per favorire, creando alcuni corridoi trasparenti, l’emersione dalla clandestinità e dalla illegalità. Ancora una volta si tratta di favorire l’inserimento nella nostra società democratica e civile di quanti vengono nel nostro Paese per lavorare e per collaborare al nostro sviluppo. Non ci vuole un’altra sanatoria generica, ma una sanatoria diversa, perché “strutturale”, in quanto aggredisce il fenomeno della clandestinità alla radice spegnendo i focolai e le vie della illegalità. La diplomazia può aiutare a migliorare i rapporti con i Paesi di origine degli immigrati, ma non potrà mai sostituire la nostra volontà di dar vita ad una tregua funzionale nella politica sull’immigrazione. Per fuoruscire dall’attuale empasse bisogna ripensare gli stessi luoghi simbolici della guerra e del contrasto, come “i centri di identificazione e di espulsione” che inopinatamente si vogliono raddoppiare anche se sono “carceri a cielo aperto” (cfr. la politica del Ministro “leghista” Maroni che vuole creare a Lampedusa un secondo centro di espulsione). La sperimentazione di vie nuove e alternative, da me auspicata nel saggio sociologico “Fratello immigrato” (EdiArgo 2006) è diventata ormai una necessità politica e morale indilazionabile. Essa dovrebbe riguardare innanzitutto la Sicilia per il suo significato di frontiera avanzata e nodale nel rapporto dell’Europa con il Sud del mondo, ed interessare più in generale i territori del Paese, dal Nord al Sud, predisponendo vie certe e agili di socializzazione integratrice e canali funzionali di selezione lavorativa degli immigrati per i bisogni del tessuto sociale e civile dell’Italia. Bisogna far pace vera con i clandestini attraverso una collaborazione esplicita con i loro network etnici, con il loro associazionismo democratico e con le nostre forze produttive sindacali, sociali e religiose. Il contrasto “puro”, duro ed efficiente “hic et nunc” viene di solito giustificato con la motivazione che i clandestini rappresenterebbero una diffusa e grave minaccia per la vita e la sicurezza degli italiani. Chi sostiene queste ragioni non considera attentamente il momento di crisi che attraversiamo nella coesione sociale e nazionale, alimentato da uno strisciante individualismo di massa e dalla diffusa tendenza ad affermare l’egoismo dei territori, come nel caso della predicazione leghista al Nord. Il problema della sicurezza legale e sociale è senz’altro vitale e va adeguatamente risolto. Chi si allarma però per questo, dovrebbe onestamente riconsiderare l’attuale politica di difesa della sicurezza, di tutela dell’ordine pubblico e di efficacia della repressione dei fatti criminosi, perché è gravemente manchevole di presidi attrezzati nei territori sul piano degli organici, dei mezzi e della intelligence sia per la prevenzione che per la repressione. La nostra sicurezza fa acqua da tutte le parti non solo nei riguardi dei clandestini, ma pure e soprattutto nei confronti della vita quotidiana e ordinaria dei residenti (stupri, scippi, microcriminalità…). In un certo senso, anche il ricorso “disinvolto” all’uso dell’esercito ne costituisce una eclatante ammissione e confessione. Oltre ad essere una pericolosa distrazione dai compiti di istituto, annuncia un grave precedente, quello di una preoccupante e strisciante militarizzazione della vita civile e sociale della democrazia italiana. Bisogna dotare meglio le forze dell’ordine e dislocarle opportunamente nel territorio. Il leghismo xenofobo e muscolare sta rovinando il Paese in questo campo, aizzando all’odio e alla guerra, e alimentando nel centro-destra una forsennata cultura dello scontro che impedisce la nascita e lo sviluppo di reti di dialogo e di collaborazione tra italiani e immigrati e l’invenzione di vie nuove e più pacifiche. Tutti gli uomini di buona volontà e i politici “ragionevoli” di destra, di centro e di sinistra, sanno che non ha senso continuare a soffiare sulla paura che genera una lotta continua. Bisogna fare un salto di qualità, rendendo la politica della sicurezza più ordinaria ed efficace, senza indulgere ad effetti di immagine e a preoccupazioni elettoralistiche. Nel caso degli immigrati, ci vuole più accoglienza e integrazione e più apertura verso la sanatoria strutturale della clandestinità. Ci vuole una nuova mentalità multiculturale del Governo e della società italiana. L’enfasi mediatica sugli sbarchi, che accomuna il sistema radiotelevisivo pubblico e privato, aumenta il timore dell’arrivo “dell’orda dei vandali e dei cosacchi” alimentando l’allarme sociale e diffondendo una mentalità di arroccamento e di chiusura. Con le leggi “proibizioniste” come la Bossi-Fini e la precedente Turco-Napolitano non abbiamo ottenuto un vero contenimento del fenomeno ma solo una sua progressiva recrudescenza ed estensione sia in termini di quantità che di qualità. Colpiamo i clandestini e gli immigrati in generale pur avendone bisogno. In sostanza non vogliamo inserirli pienamente né nel mondo del lavoro, né nella società civile né nei diritti politici e amministrativi dello Stato. Si dice che la politica di contrasto è seguita da tutti i Paesi che sono assillati da questo fenomeno sia in Europa (Spagna…) sia negli Stati Uniti (confine con il Messico…) che in altre parti del mondo, ma questo non vuol dire che sia ragionevole e giusto continuare ad insistere in questa direzione quando si rivela sbagliata e fallimentare perché irrazionale anche nel rapporto costi-benefici. In Italia, il Ministro Maroni invece di cercare soluzioni nuove e più adeguate, persevera imperterrito su questa linea perdente e sulla ripetizione dei vecchi schemi di una logica di guerra facendo approvare dalla maggioranza di centro-destra un insieme di misure discriminatorie e xenofobe come il reato di clandestinità, le restrizioni del diritto di asilo, la limitazione delle espressioni religiose e culturali, l’ideazione di tasse odiose sugli immigrati sia per il soggiorno che per le loro attività economiche. Anche i Vescovi italiani sono intervenuti per motivi religiosi e umanitari contro questi provvedimenti, dichiarando esplicitamente la non liceità morale di una tassa di soggiorno per gli immigrati e la opportunità civile e umana di rivedere la situazione dei clandestini – o di quelli considerati tali – per quanto riguarda la tutela dei loro diritti umani universali (vita, salute, istruzione dei minori, assistenza…). L’Italia non può arretrare sul piano della civiltà giuridica e sociale propria della sua tradizione democratica e spirituale. Sul piano strettamente culturale, non esistono oggi in Italia teorie e ricerche sociologiche “serie” che possano giustificare questo eccessivo allarmismo sociale che rinnova la paura e lo stereotipo della minaccia dello straniero con la psicosi del nemico terrorista in casa. I numeri e le statistiche dicono chiaramente che in atto l’Italia non è un Paese in pericolo né sotto assedio. Sul piano economico, il fenomeno della clandestinità, se lo si alimenta con l’accanimento del proibizionismo radicale, riproduce il lavoro nero irregolare e l’egemonia culturale nei territori delle organizzazioni malavitose e criminali, come è avvenuto nel Mezzogiorno in diversi luoghi e per esempio a  Caltavolturno. Sul piano sociale, si sta cambiando il cuore degli italiani a causa della iniezione quotidiana di dosi di odio e di rancore nei confronti degli immigrati. Con gli esorcismi leghisti non si esce dalla situazione di una pseudo guerra santa. Il Paese ha bisogno di un periodo di pace, di ragionevolezza e di serenità. La crisi che si avvicina con i suoi cavalloni nelle nostre coste, a partire dal Meridione, con l’aumento della disoccupazione, del precariato, della elusione e della evasione fiscale, prepara nuovi drammatici scenari di aspra conflittualità sociale nei settori già fragili del nostro sistema produttivo, nelle piccole e medie aziende e nelle campagne del Sud e del Nord dove si fa ampio ricorso ai lavoratori stagionali, e a quelli clandestini in particolare perché fanno comodo. Se consideriamo poi da vicino l’esercito in aumento delle badanti per esigenze crescenti e oggettive del nostro Paese, non possiamo non invocare un clima di accoglienza serena e cooperativa per queste lavoratrici preziose per il nostro “welfare familiare”. Il loro lavoro va riconosciuto, tutelato, difeso e valorizzato a livello pubblico e sociale instaurando un rapporto corretto e trasparente con i loro Paesi di origine, di cui sono veri ambasciatori di laboriosità e sensibilità encomiabili. Dobbiamo essere organizzati e pronti per accogliere arrivi numericamente ancora più consistenti di uomini e donne, di bambini e di anziani poveri dai Paesi in crisi. In questo caso, gli immigrati saranno quel che saranno e non quelli che vorremmo. Essi forse avranno più bisogno di mangiare, lavorare, comunicare e anche di pregare che fare “i turisti” o i criminali. Non possiamo continuare a rimpatriarli sempre. Il costo finanziario del rimpatrio forzoso dei cosiddetti clandestini potrebbe meglio essere impiegato per mantenere in vita dignitosa il sistema di accoglienza, promuovendo l’integrazione graduale degli immigrati attivi. A noi servono criteri certi di selezione dell’immigrazione. Questo tipo di immigrazione può essere accolta solo con politiche sociali adeguate e strutture di sostegno mirate a soddisfare servizi di primo intervento e di primo lavoro. Anche i Sindacati e l’associazionismo sociale (Acli) e religioso devono ripensare le loro azioni di patrocinio e di tutela dei più bisognosi. In tempi di benessere “relativo”. il Paese selezionava gli immigrati secondo il semplice requisito della domanda di lavoro a cui seguiva una risposta in termini di compatibilità delle offerte e delle retribuzioni. In tempi di crisi, di fame e di disperazione, bisognerà invece pensare all’arrivo prevalente di immigrati di bassa manodopera dequalificata per bed jobs e non trascurare il fatto che si potrebbe scatenare con i disoccupati italiani una sorta di guerra tra poveri, specie nel Sud. Gli immigrati di alta qualificazione, come ingegneri e tecnici, continueranno ad essere assorbiti, anche se in quote più ridotte, solo al Nord del Paese e senz’altro in modo più programmato e meno spontaneistico. La crisi ci costringe a rivedere tutta la politica nei confronti degli immigrati ed in particolare nei confronti di quelli clandestini. La tentazione più forte, e anche più semplicistica, sarebbe quella della chiusura e del duro contrasto. Invece, fin da adesso può e deve cambiare la politica complessiva dello Stato italiano verso gli immigrati di 1ª e 2ª generazione e dei loro “fratelli” clandestini nelle città modificando leggi e strutture. Bisognerà puntare di più a promuovere negli immigrati regolari e irregolari, visibili o nascosti, una cultura della solidarietà reciproca, della legalità responsabile, scoraggiando l’omertà e il facile ricorso ai canali malavitosi  sotterranei per trovare un lavoro o una casa. Bisognerà ridistribuire nuove opportunità culturali, sociali e formative e servizi primari di orientamento al primo lavoro per avere una qualità della vita dignitosa e civile nelle città con un clima di maggiore tolleranza , fiducia e cooperazione. In questo senso può funzionare l’idea di “adottare” quei clandestini garantiti innanzitutto dagli immigrati “regolari” e tutelati dalle loro associazioni etniche o religiose italiane per rilasciare loro un regolare permesso di soggiorno a tempo finalizzato – e controllato in itinere – al buon inserimento sociale e lavorativo degli ex clandestini. Lampedusa è diventata un simbolo come avamposto fortificato di una guerra di contrasto agli immigrati, come luogo di scontro e non di approdo umano e di entrata legittima e sicura per l’accoglienza dei poveri immigrati che arrivano dal mare. Come ho sostenuto in altri articoli, per contrastare la criminalità degli scafisti e le morti degli immigrati sul mare, sarà necessaria una rete di trasporto “europea” con una navigazione più sicura e a prezzo politico da alcuni porti “convenzionati” dei Paesi del Mediterraneo per arrivare da noi come in altri Paesi e trovarvi aiuto, orientamento e promozione sociale anziché centri di espulsione. (cfr. il mio “Corridoio umanitario europeo”, in “Affari Italiani”, 2007). Si aprirà così un campo nuovo di governo dell’immigrazione alla frontiera e si edificherà una via di  pace e di collaborazione nel Mediterraneo, fra popoli e Paesi diversi per religione e cultura ma tutti uguali nella dignità e nei diritti universali. A chi ci trova troppo ingenui su questi temi basterà ricordare, conti alla mano, che tutte le politiche di contrasto in Italia e nel mondo si sono rivelate, alla prova dei fatti, fallimentari e inefficaci anche al solo obiettivo del contenimento del fenomeno della immigrazione clandestina. Se non si troveranno vie nuove e alternative, queste diventeranno solo prove anticipate di un futuro assalto dei popoli poveri del Sud del mondo nei confronti dell’Occidente ricco. L’epidemia della violenza terroristica attecchisce nei Paesi della fame e della sete e si diffonderà a macchia d’olio con la crisi globale. Avere tante Lampedusa come “carceri di accoglienza” a cielo aperto non vuol dire aver edificato una barriera di sicurezza né può autorizzare l’illusione di essersi dotati di un “panopticon” per controllare e limitare il flusso degli arrivi. Il che non vuol dire che bisogna aprire le frontiere in modo indiscriminato ma solo di programmare e consentire alcune porte di ingresso dislocate, attrezzate e garantite nei percorsi successivi di integrazione. Significa però anche dotare le città e lo Stato italiano, dal Nord al Sud, di una diversa politica di accoglienza, come ho dimostrato nel saggio sulla socializzazione carceraria dell’immigrato clandestino: “Mustafà va in prigione” (ediz. Genius Loci, 2007). Ci vuole, quindi, innanzitutto alla base, una nuova legge sull’immigrazione che consideri in modo più umano e aperto la clandestinità perché sia riconosciuta come un semplice reato “amministrativo” estinguibile mediante un percorso di sanatoria personalizzato e finalizzato all’inserimento legale e attivo nella vita produttiva e civile di una Società multiculturale, più giusta, armoniosa e democratica. Si troverà nell’attuale Parlamento una maggioranza di democratici volenterosi, saggi e responsabili, memori del recente messaggio del Santo Padre Benedetto XVI, secondo il quale “per costruire la pace occorre ridare speranza ai poveri”?. Staremo a vedere.