home chi siamo archivio news scriveteci
L’Onnipotenza di Dio è l’Onnipotenza dell’Amore
del Cardinale Angelo Comastri

L’inferno esiste ed è eterno
di Maurizio Fois

Quando l’Eucaristia è vittima dei satanisti
di Stefano Cropanese

Gli Ordini dei Canonici Regolari: numeri e abiti
di Daniele Di Sorco

Sul valore teologico del Concilio Vaticano II
di Don Curzio Nitoglia

Se anche le altre religioni recitassero il ‘mea culpa’
di Sergio Rolando

Il Generale e la cappella del disonore
di Gianluca Barile

La Grazia e il Peccato, nostro pane quotidiano
di Luciano Nicastro

Lettera a un seminarista
di Andrea Maniglia

Pompei, dove la Madonna appare ai cuori
di Padre Antonio Rungi



I cieli narrano la gloria di Dio

di Mauro Bontempi

CITTA’ DEL VATICANO – Il nuovo anno si è aperto all’insegna della crisi e della guerra. Marginale e apparentemente stonato rispetto al clima generale, apparirebbe ogni richiamo alle decisione delle Nazioni Unite di eleggere il 2009 Anno Internazionale dell’astronomia. La scelta non è casuale: ricorre il 400° anniversario delle prime osservazioni astronomiche di Galileo. Notizia da terza pagina o da inserto culturale, penseranno alcuni. Spallucce faranno altri. Di certo non si penserebbe mai ad un interessamento del Pontefice né, tantomeno, ad un ripetuto richiamo esplicito alla figura del Galilei durante importanti appuntamenti d’Avvento: l’Angelus del 21 dicembre, l’omelia della Santa Messa dell’Epifania e, in parte, la catechesi dell’udienza di mercoledì 14 gennaio. “Se i cieli (…) ‘narrano la gloria di Dio’ (Sal. 19,2), anche le leggi della natura, che nel corso dei secoli tanti uomini e donne di scienza ci hanno fatto capire sempre meglio, sono un grande simbolo a contemplare con gratitudine le opere di Dio” (Angelus, 21 dicembre 2008). L’anniversario celebrato dalle Nazioni Unite offre spunto al Papa per tornare sul rapporto tra scienza e fede nel momento “forte” in cui la Chiesa vive il giorno nel quale “Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’Eterno Padre volle santificare il mondo con la sua misericordiosa venuta” (Annuncio del Natale di Nostro Signore Gesù Cristo). Le Sacre Scritture non sono testo scientifico. Lo scriveva Galilei nelle famose missive a Benedetto Castelli e successivamente a Cristina di Lorena. Ad ella si rivolgeva in un passaggio con eloquenti parole: “Parmi primieramente da considerare, essere e santissimamente detto e prudentissimamente stabilito, non poter mai la Sacra Scrittura mentire, tutta volta che si sia penetrato il suo vero sentimento; il qual non credo che si possa negare essere molte volte recondito e molto diverso da quello che suona il puro significato delle parole (…). È’ necessario che i saggi espositori ne produchino i veri sensi, e n’additino le ragioni particolari per che è siano sotto cotali parole profferiti”. Benedetto XVI sembra proprio assecondare il pensiero del grande astronomo allorquando, durante l’omelia della Santa Messa dell’Epifania di Gesù, ricorda le parole di San Gregorio di Nazianzo, secondo il quale “la nascita di Cristo impresse nuove orbite agli astri”. Ciò, precisa Ratzinger, “è da intendersi in senso simbolico e teologico”. Posto che il Pontefice non ama le ovvietà e i pleonasmi, l’affermazione non può che richiamare alle mente proprio le parole di Galileo. Il cristianesimo ha sempre mostrato particolare attenzione alla cosmologia, “rivoluzionata”, sostiene il Papa, proprio “dall’ingresso nel mondo del Figlio di Dio”. Molti Papi si sono interessati di astronomia e, come emerge magnificamente nel recente libro dialogico di Chiaberge “La variabile Dio. In cosa credono gli scienziati”, l’equipe della specola vaticana incarna ed esprime la perfetta conciliabilità tra fede e investigazione degli astri, una scienza che, secondo il direttore della Specola, padre Josè Funes, aiuta ad avvicinare alla fede perché “ci fa capire meglio la nostra fragilità, come dipendiamo dal Creatore del nostro essere”. “Attraverso lo sviluppo dell’astronomia – riflette dal canto suo l’astrofisico Costantino Sigismondi, commentando dalle onde della Radio Vaticana le parole del Pontefice -, l’uomo può mettersi in sintonia con ciò che è stato creato dalla Parola di Dio, dalla stessa Parola di cui la Chiesa è depositaria”. Ricordando un’espressione di Giovanni Paolo II, Funes ripropone il metodo che la Chiesa ha da tempo acquisito nell’approccio con l’innovazione scientifica: “Il pastore deve da una parte essere attento e prudente, e dall’altra audace, per poter dare risposta adeguata alle nuove sfide”. Il mondo della scienza è altresì chiamato a muoversi  “sempre in quell’orizzonte sapienziale, in cui alle acquisizioni scientifiche e tecnologiche s’affiancano i valori filosofici ed etici, che sono manifestazione caratteristica ed imprescindibile della persona umana” (FER, 106): così Giovanni Paolo II nella “Fides et Ratio”. E conclude: “Lo scienziato è ben consapevole che la ricerca della verità, anche quando riguarda una realtà limitata del mondo o dell’uomo, non termina mai; rinvia sempre verso qualcosa che è al di sopra dell’immediato oggetto degli studi, verso gli interrogativi che aprono l’accesso al Mistero” (Giovanni Paolo II, 1997). Il cosiddetto “caso Galileo” è felicemente archiviato. La Commissione ad hoc creata da Giovanni Paolo II concluse i suoi lavori nel 1992 emettendo un giudizio articolato che dichiarò ingiusta la condanna emessa dal Sant’Uffizio verso l’astronomo e la sua teoria, pur riconoscendo da una parte l’inconsistenza della tesi addotta dallo scienziato per dimostrare l’eliocentrismo (il moto delle maree, palesemente scorretto!) e dall’altro lo straordinario momento di novità dal punto di vista della speculazione scientifica, tale da cogliere “impreparati” i giudici. Invidie, imprecisioni e quel “forse” che Galilei avrebbe potuto aggiungere ai suoi “Dialoghi” (come suggerisce Vittorio Messori), hanno fatto il resto. Il nodo gordiano è, però, un altro: per i Cristiani, “le stelle, i pianeti, l’universo, non sono governati da una forza cieca, non obbediscono alle dinamiche della sola materia”. E’ infatti l’amore divino, incarnato in Cristo, la legge fondamentale e universale del creato. “Il cosmo intero – ha detto Benedetto XVI durante l’Udienza Generale dello scorso 14 gennaio – è sottoposto a Lui (a Dio), e a Lui converge come al proprio capo (…). Egli è il capo del cosmo; anche il cosmo è creato da Lui, è creato per noi in quanto siamo uniti a Lui. È una visione razionale e personalistica dell’universo”. “Non ha motivo di esistere competitività alcuna tra la ragione e la fede: l’una è nell’altra, e ciascuna ha un suo spazio proprio di realizzazione” (FER, 17). Non sarebbe propriamente Cristiano né intellettualmente corretto un atteggiamento di chiusura, di rifiuto del confronto o di inculcazione di tale visione “universalistica e personalistica” del cosmo e della natura, in generale. Il confronto arricchisce e dà nuova linfa alle proprie convinzioni. “Un dialogo senza scomuniche”, titolava la ‘Domenica’ de ‘Il Sole 24 Ore il 23 novembre 2008 commentando il libro di Chiaberge sopracitato. Fino a scoprire che, in fondo, il vero laico non deve necessariamente essere “irreligioso”. Non dovrebbe esserlo affatto. Èd è certamente ricca di spunti di riflessione la sfida che lancia Rossi dalla stessa ‘Domenica’: “La religione non consiste nell’avere il senso della caducità o della insignificanza del mondo, ma nel compiere il passo successivo: quello che consiste nel cercare un rimedio a tale sentimento”. Il nichilismo non si addice al vero laico, il quale, come il fisico Arno Pensias, pur non credendo nel “Dio fatto carne”, afferma che “sarebbe orribile avere la sensazione di vivere in un mondo senza significato”. La strada del dialogo si spinge, con la forza dell’intelletto, verso le profondità del cuore e le altezze dell’anima. Avvilisce la mente e chiude occhi alla verità tappezzare gli autobus pubblici scrivendo: “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”. “La visione del mondo che è stata di Lucrezio, Hobbes, Diderot, Leopardi, Darwin e Freud non ha nulla di eccitante – scrive ancora Rossi -. Non ha a che fare con il Ballo Excelsior né con il Sole dell’Avvenire”. Crea solo un perenne e mortifero senso di incancellabile angoscia.