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Il tempo della zattera

di Luciano Nicastro

CITTA’ DEL VATICANO – Le onde della “crisi globale” stanno bagnando tutti i territori. Come un fiume impetuoso, la tempesta finanziaria tracima dai confini dei diversi Paesi con effetti drammatici e progressivi sull’economia “reale” colpendo soprattutto gli ambienti più poveri del mondo. Si allarga il divario tra i ceti sociali e si riducono gli spazi di consumo superfluo per mirare all’essenziale e al necessario. Ognuno cerca una propria zattera per attraversare la crisi. In Italia oggi come andremo a incominciare? Il merito dell’iniziativa del Cardinale Arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, e della Chiesa ambrosiana è stato, in primo luogo, quello di aver posto il problema della crisi al cospetto della coscienza ecclesiale e civile dell’intero Paese con la maieutica iniziativa specifica di un Fondo di solidarietà di 1 milione e 300 mila euro come primo gesto di compassione partecipante e di sostegno attivo nei confronti dei disoccupati e delle loro famiglie. Il ministro Brunetta, famoso come l’inquisitore dei fannulloni, si è messo a criticare il porporato lombardo, e come laico fustigatore anche dei costumi del cattolicesimo, si è messo a dire che “la Chiesa dovrebbe fare di più!” (cfr. Corriere della Sera, 30 dicembre 2008, p. 19), ma il suo giudizio, ingiusto, ingeneroso e arrogante nel tono e nel merito nasconde in realtà la sua sostanziale latitanza di idee. Evidentemente, il Ministro Brunetta ha dimenticato che è compito della Chiesa proteggere e aiutare i deboli dalle intemperie e dalle sopraffazioni, specie in tempi di così grave crisi economica e sociale. La Chiesa Cattolica non è la lega di Don Abbondio. Come ha recentemente detto il Santo Padre Benedetto XVI, “il cielo non appartiene alla geografia dello spazio ma alla geografia del cuore”. E’ questa la missione della Chiesa, il suo compito permanente anche in Italia, dove cresce la povertà nell’incoscienza alienante del ballo dell’ottimismo “ingenuo” inaugurato mediaticamente persino dallo stesso Presidente del Consiglio dei Ministri. Il confronto su quello che sarebbe necessario fare per affrontare questa nuova inedita situazione si è sviluppata. A proposito delle misure annunciate dal Governo, Alberto Quadrio Curzio ha scritto che “l’Italia cerca di contrastare la crisi con vari provvedimenti, tra cui un sostegno alle fasce deboli della popolazione, il rilancio delle infrastrutture, un ampliamento degli ammortizzatori sociali, un eventuale accorciamento della settimana lavorativa… E’ possibile che ci siano soluzioni migliorative da elaborare (però!) in un contesto di razionale pragmatismo, distinguendo … il fattibile dal desiderabile”. (cfr. Corriere della Sera, 30 dicembre 2008, p. 1 e p. 38). L’economista della ”Cattolica” valuta positivamente la social card perché anonima, migliorabile e legata ai bisogni alimentari e tariffari reali, e per giunta è associata agli sconti. Inoltre, egli auspica alleggerimenti fiscali e indica negli investimenti in infrastrutture la nuova e più concreta via di sviluppo possibile e cita il caso delle ferrovie. Il rilancio delle opere pubbliche favorirebbe sia l’occupazione che la modernizzazione e l’efficienza del sistema, mentre l’aiuto agli svantaggiati sarebbe necessario per la coesione sociale. Fin qui, dunque, Alberto Quadrio Curzio. Si invocano ”provvedimenti di razionale pragmatismo” per tempi di eccezionale cinismo e di forte individualismo di massa, che pongono all’etica pubblica e alla coscienza religiosa del Paese problemi acuti di coesione nazionale e spirituale. Sia il Papa e la Conferenza Episcopale Italiana che il Presidente della Repubblica, nei loro discorsi di fine anno, hanno parlato del dovere di governare l’uscita dalla crisi “facendo attenzione agli aspetti distributivi e di giustizia sociale” per ottenere risultati appropriati e duraturi.  Come sostiene Franco Bruni, economista della “Bocconi“ di Milano, “lo strumento principale per influenzare la distribuzione del reddito rispettando i mercati sono le imposte progressive” ma a condizione di “arricchire e migliorare gli ammortizzatori sociali” (cfr. Franco Bruni, Uguaglianza e sviluppo, in La Stampa, 3 gennaio 2009, p. 31). Ci vorrebbe un quadro normativo più chiaro, efficace e mirato per contenere le disuguaglianze sociali e per cercare di ridurle adottando “salari minimi e imposte negative per i più poveri”. A riguardo io ritengo che “la leva egualitaria dello sviluppo è la redistribuzione del lavoro” come fonte primaria, “etica” ed economica di reddito personale e familiare in una impresa concepita non come merce ma come comunità di riproduzione di un valore sociale ed etico necessario e funzionale alla diffusione del legame sociale che nasce e si sviluppa attorno al valore del lavoro e della solidarietà imprenditiva. Ad esempio, bloccare i posti di lavoro ma convertire e adeguare la strategia produttiva e di mercato. Non si tratta di collettivizzare o statalizzare l’impresa o il lavoro, ma di sostenere la priorità sociale e ontologica del lavoro come diritto fondamentale della persona umana  a produrre un giusto salario pieno e a concorrere alla prosperità strutturale dell’azienda perché possa realizzare un processo economico e produttivo “ragionevolmente garantito” in un mercato globale in cui le regole sono da porre nella propria mappa di navigazione e in quella della filiera territoriale e nazionale delle loro imprese di produzione. Non bisogna delocalizzare il lavoro e/o l’impresa ma cambiare la geografia strategica più opportuna, specializzando e innovando di più e meglio il “made in Italy” come possibilità più congeniale e a portata di talento per attraversare la crisi nel breve e nel lungo periodo (cfr. Luciano Nicastro, La vera nuova frontiera-scuola, lavoro e welfare, Erripa Palermo 2004 e “VersoQuale” – Scritti di sociologia dell’educazione politica, Roma 2008). Lo Stato Democratico potrebbe aiutare a rafforzare l’attuale tessuto occupazionale e aziendale nei territori nell’ambito della meritocrazia e di una logica sana di libero mercato finalizzato. Si tratta di scoraggiare adeguatamente il facile ricorso ai licenziamenti e alla cassa integrazione o alla vendita delle aziende poste furbescamente in rapido fallimento. Qualunque sacrificio si deve poter fare per favorire il consolidamento dell’apparato produttivo e il ringiovanimento lavoristico senza socializzare le perdite e privatizzare i profitti, come è sempre accaduto, ma anche senza incentivare di fatto la mortalità occupazionale e aziendale specie nel Meridione. La via della ripresa e dello sviluppo comune e condiviso non nasce dalla furbizia e dalla diffidenza ma dalla collaborazione tra imprenditori e lavoratori, tra Sindacati e politica. La nuova zattera è affidata a un periodo di forte concertazione triangolare tra questi protagonisti dell’etica lavoristica e imprenditoriale dell’economia “reale” della Società Civile. Zamagni sostiene che la grande crisi iniziata nell’estate del 2007 negli USA non è solo locale ma globale; non è regionale ma universale; non è congiunturale ma “ha natura sistemica” ed è da collegare alla “matrice culturale che ha accompagnato la transizione dal capitalismo industriale a quello finanziario” e ha portato alla finanziarizzazione della società, cioè allo stravolgimento dei mezzi in fini (il denaro diventa unica ragione e scopo!). La “Finanza” (letteralmente è tutto ciò che ha un fine) si è trasformata da mezzo a scopo, da opportunità contingente a valore supremo e permanente. La finanza si è così tramutata ed è diventata “autoreferenziale”, da teoria e tecnica degli investimenti di rischio a ideologia del profitto sicuro ed esponenziale, a via della vita facile e piacevole senza eccessivi rischi e sacrifici. “La finanziarizzazione ha modificato non solo il nesso finanza-economia ma lo stesso procedimento antropologico, sia le mappe cognitive delle persone sia il loro sistema di valori”. (cfr. Stefano Zamagni, Le lacrime dell’economia, in “Nuova Secondaria” n. 5/2009, pp. 63-74). In buona sostanza, è diventato centrale l’homo aeconomicus come scopo dell’economia finanziaria che ha nel mercato il suo brodo di cultura e le sue ragioni di vita e di scopo. E’ la teoria e la pratica dell’egoismo etico, dell’agire individualistico, legittimo per autotutela e ragionevole in ordine alla propria sopravvivenza. Il sacro egoismo è il fine nobile dell’economia finanziaria ed è stato socializzato come norma non scritta dell’agire monetario per ben produrre e guadagnare al fine di meglio consumare e vivere in tempi di guerra economica permanente. Il principio regolativo della società post moderna va ricercato infatti nei valori tecnici e nei modelli di consumo che hanno nell’ethos dell’efficienza un nuovo “mito performativo” che si presenta come verità del fare (“una cosa diventa vera per il solo fatto che la facciamo!”). E’ la cultura del fare che non ha nulla di “vichiano” ma molto di fabrile, che disprezza i valori di gratuità, di santità e di generosità e vive per il decoro e l’avere. Se risparmia lo fa solo per il piacere di accumulare e di vincere la competizione successiva. Il risparmio di una volta nasceva dalla necessità e dalla gerarchia dei bisogni familiari e sociali prima che individuali. Il nuovo habitus mentale ha bandito la sobrietà, il risparmio e la solidarietà di vicinato e di appartenenza. Ormai anche le religioni non riescono a fermare la deriva monetarista. La bolla finanziaria si è alimentata non solo di giochi d’azzardo e di corsa alla facile speculazione in tempi recenti ma soprattutto di una sotterranea e invisibile “bolla antropologica”, come insieme di convinzioni e di habitus diffusi universalmente e non solo nei trader e negli istituti finanziari e/o nelle agenzie di rating. L’attività “speculativa” è stata nobilitata ma non è lavoro della persona, anche se produce reddito e agiatezza a portata di mano: è “usura”, malgrado sia ritenuta legittima e socialmente necessaria. E’ l’epigono di una finanza senza etica e di una economia senza fondamenti valoriali oggettivi. Il Capitalismo, come diceva Mounier, non è solo una tecnica “neutra” ma cade ad ogni passo sotto il giudizio morale. Secondo Giuseppe De Rita, presidente del Censis, “l’italiano medio è consapevole che questa è la crisi più grave degli ultimi 80 anni” (cfr. Corriere della Sera, 3 gennaio 2009, p. 13). La “crisi fa paura per l’enfasi mediatica quotidiana ma anche perché ha incominciato dopo la prima bolla speculativa a mordere l’economia reale delle aziende e ad  aggredire i livelli occupazionali sia degli stabili che dei precari. Si colpisce lo zoccolo duro delle piccole e medie imprese che danno  lavoro più solido e duraturo anche se sono le più esposte ai venti di guerra finanziaria che vengono dagli USA e dal mondo intero. Nessuno si può tirar fuori da questo effetto domino”. Come scrive Paolo Pombeni, siamo di nuovo di fronte ad una grave questione sociale che richiede di essere affrontata in maniera appropriata e che riguarda prevalentemente “i famosi non garantiti” (lavoratori precari, giovani che si appoggiano sul “sistema famiglia”, specie nel Meridione) e i territori della povertà, vale a dire tutti i Sud del Mondo. I soggetti deboli hanno bisogno di un nuovo sistema di ammortizzatori sociali, di un welfare “mirato” e ripensato a monte e a valle del processo economico e produttivo.(cfr. Il Messaggero, 28 dicembre 2008, p.19). La lezione della crisi non può essere solo economica e politica, ma anche etica e antropologica, culturale e spirituale; interpella la coscienza personale e comunitaria ed il suo libero rapporto con il Signore della Storia, Creatore e Redentore, Padre prodigo, misericordioso e provvidente, senza la cui Mano nulla è “realmente” certo e fecondo di bene e di speranza. Ci sono due modi di porsi di fronte alla crisi e al suo prossimo fluire. L’uno passivo, apparentemente realistico, ed è proprio di chi intende conservare, nonostante il diluvio, le sue fortune individuali dimenticando i fratelli. E’ tipico di una mentalità fatalistica, attendista ed individualista, come nel detto siciliano: “Calati iunco ca passa la cina!” (abbassati pianta che passerà sopra di te il fiume…). L’altro attivo e fiducioso in Dio e negli uomini di buona volontà, proprio di chi vive nell’ottica ideale della trascendenza e della fraternità umana e che spinge con la forza della volontà il corso degli eventi verso una migliore condizione personale e comunitaria, verso un esito ed una fuoruscita dalla crisi e dalle crisi su linee di progresso e di solidarietà. Diceva Mounier che trascendenza e libertà sono fatti per vivere insieme. Al fondo dell’impegno c’è la libertà. Al fondo della libertà c’è l’impegno. L’impegno è la condizione dell’uomo situato. Secondo il Capo del Governo italiano, Silvio Berlusconi, il 2009 sarà un anno terribile (cfr. La Stampa, 27 dicembre 2008, p. 1) ma non è chiaro se si riferisse a qualche aspetto della crisi (giudiziaria, sociale, democratica) o alla crisi del debito pubblico. Il 2009 sarà senz’altro un anno “difficile” per tutti, laici e credenti, ma anche di invocazione corale di grazia e di benedizione del Signore (“Annus Domini”). La politica deve guidare con mano ferma la traversata del fiume. Bisogna attraversare la crisi finanziaria offrendo alla Società civile, che è fatta di famiglie e di gruppi sociali, una zattera di salvataggio. Non è vero che la crisi riguarda solo il vertice di governo, i livelli alti. Essa interpella anche la base e i territori. Non solo l’ottimismo della volontà ma anche le azioni dei singoli, delle famiglie, dei gruppi, cioè le onde della crisi, ci toccano tutti nell’avere e nell’essere. E possono determinare mutamenti non soltanto negli stili di vita e di consumo ma pure nella qualità della democrazia “locale”, rendendola più trasparente, onesta e virtuosa, spezzando il circuito perverso tra affari e politica. E’ quindi ragionevolmente esemplare l’iniziativa della Chiesa di Milano con la istituzione di un Fondo speciale “Famiglia e lavoro”  per aiutare chi ha più bisogno durante l’attraversata. La Curia ha donato un primo milione per dare l’esempio. Il Cardinale Tettamanzi ha invocato un supplemento speciale di fraternità e solidarietà e ha dichiarato che di fronte ad una crisi mondiale “non possiamo stare a guardare. Occorre agire e l’azione adesso deve privilegiare chi, nei prossimi mesi perderà il lavoro” (cfr. La Stampa, 27 dicembre 2008, p. 13). La vera novità politica, sia a livello di etica pubblica del lavoro che di cultura e prassi politica, sarebbe “la redistribuzione sociale del lavoro” negli Enti Pubblici, nelle Aziende e tra le Chiese, secondo il criterio congiunto di “bisogno-merito” a favore di chi ha più bisogno e non ha un lavoro o si accinge a perderlo. Lo Stato democratico delle Regioni e delle Autonomie dovrebbe varare un Piano straordinario di interventi sociali per istituire nelle città e nelle Aziende borse-lavoro a favore delle famiglie dei più bisognosi (autoctoni e immigrati!). La linea di difesa, la zattera di salvataggio, non deve essere “burocratico-assistenzialistica” ma promozionale e produttiva. Sarebbe una commissione imparziale di solidarietà civile ad avviare subito al lavoro regolare e incentivato, a tempo determinato, triennale, alla scadenza del quale indire regolari concorsi speciali nel pubblico impiego e selezioni per assunzioni mirate nelle aziende convenzionate nel distretto agro-alimentare, in quello turistico-alberghiero o energetico o dei beni culturali. I membri della commissione non riceverebbero alcun compenso. La loro opera sarebbe volontaria e riconosciuta come meritoria sul piano civile e spendibile nei concorsi “direttivi”. Sarebbero preferiti i giovani al primo lavoro e i padri di famiglia con carico di figli o di anziani handicappati. La “crisi” ha bisogno di una zattera di salvataggio collettivo e comunitario. Scriveva J. M. Keynes nel discorso del 1925 che “dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova e poca. In campo economico ciò significa, in primo luogo, che dobbiamo trovare nuovi strumenti e nuovi criteri politici per controllare e intervenire nel funzionamento delle forze economiche, di modo che non interferiscano oltre misura con i criteri validi oggi in materia di stabilità sociale e di giustizia sociale” (cfr. “Sono io un liberale?” in J. M. Keynes, “Esortazioni e profezie”,  trad. di S. Bofa, Il Saggiatore 2002). Il keynesismo, che a parole ispira tutte le parti politiche, teorizza, come è noto, la responsabilità del governo di garantire livelli socialmente sufficienti di reddito e occupazione. La prima ripresa nasce dalla coscienza e dalla memoria delle nostre radici. Come è stato scritto, veniamo da una Paese diviso nel dopoguerra in pane bianco e pane nero. Ora, per il saggio Presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi, “stiamo rischiando di accendere una miccia sociale con l’aprirsi della forbice delle disuguaglianze” (cfr. Il Messaggero, 28 dicembre 2008). Si rischia di ritornare “al pane bianco” come consumo per pochi. E’ giusto impiegare a tempo opportuno con oculatezza e tempestività le risorse dello Stato che sono limitate secondo l’aggravarsi della crisi del Paese e della Società, ma non possiamo essere spettatori della crisi né destinatari passivi di provvedimenti dall’alto. Come ha scritto Davide Rondoni, “in questa crisi innescata in buona parte dall’egoismo, il modo peggiore per reagire sarebbe altro egoismo. E non sarebbe la soluzione migliore lasciare che le cose vadano senza cambiare nulla” (cfr. Avvenire – Editoriale, 27 dicembre 2008, p. 1). Il turbo capitalismo e il capitalismo compassionevole non garantiscono più un sostegno lungo, reale e duraturo ai luoghi comuni della crisi che sono le città del bisogno e delle relazioni. Nota Pier Angelo Sequeri, teologo, che “la città post-moderna non palpita più. Il tram è vuoto, a parte il conducente. La perdita dell’anima, nella città moderna, si riflette nel vuoto di autentici incantamenti della vita. Non paradisi artificiali, oasi del benessere, e ciniche ingiunzioni al godimento che consuma tutto, sempre, comunque. Al contrario, grandezze e finezze dell’animo che si scoprono nel generare e nell’abitare, nel ricordare e nel condividere, nell’incrociarsi e nel sostare: infine, nella prossimità dell’umano che è più comune. La perdita di un habitat felicemente condiviso è l’effetto di una ossessiva rimozione dell’incarnazione di Dio. E’ questo “il buco nero” della città moderna. Menti e macchine, siamo diventati. E corpi ridotti a fare il gioco di una regia estranea all’umano. Lo spirito, invece, ha bisogno di carne e sangue per vivere…” (cfr. Pierangelo Sequeri, Il tram luccicante del nostro struggimento, in Avvenire, 24 dicembre 2008, p. 1 – Editoriale). Per ridare vita e futuro alle Città bisogna però assegnare più spazi e più tempo ai luoghi dello Spirito contrastando lo “spirito del tempo” che vuole l’uomo ad una dimensione. Anche i consumatori stanno cambiando in verità l’identità del cittadino. La crisi ci sta costringendo e ci costringerà ancora di più ad essere maggiormente attenti al commercio equo e solidale, non solo ai prezzi e alla riduzione delle distanze tra il produttore e il consumatore ma anche ai valori sociali rappresentati dai prodotti. Si sta scoprendo un rassicurante “effetto Comunità”, sostiene Luigi Ceccarini, docente di sociologia politica all’Università “Carlo Bo” di Urbino. Il cittadino consumatore sta ritrovando i territori con la lo specificità rassicurante in termini di salute e di sicurezza e sta imparando “a fare comunità” attraverso le scelte di consumo. Nel tempo della zattera cambierà anche la città, non solo per il cesto di sopravvivenza tutelato e reso accessibile ai poveri, non solo per il diritto al lavoro reso possibile con le assunzioni triennali, ma soprattutto con la Grande Zattera dello Spirito e della Solidarietà che anima la grande politica e i grandi statisti. Nei momenti difficili, la Chiesa di Cristo con il Suo cuore e le Sue opere non è stata mai silente né assente .Così faranno i cristiani sulle orme indicate dal Santo Padre Benedetto XVI. Tutti devono fare il loro dovere, i ricchi pagando più tasse, i poveri lavorando qualche ora in più per la solidarietà. Il Male “comune” è dato dalla corruzione continua, pervasiva e periodica ai livelli locali dopo la tangentopoli degli anni ‘90. Le grandi commesse di Stato nazionale ed Europeo devono servire alle piccole e medie imprese per far girare l’economia e stabilizzare l’occupazione. Questo è il momento di controllare in modo giacobino prezzi a livello delle città e di aumentare salari, stipendi e pensioni e di creare catering popolari di largo consumo. Nei recenti discorsi del periodo di Natale, ed in particolare nella solennità di Maria Santissima Madre di Dio (1° gennaio 2009) nella quale si è celebrata la 42ª Giornata Mondiale della Pace, il Papa si è soffermato sul circolo “virtuoso” tra “la povertà scelta” come via della sobrietà per costruire la solidarietà e “l’iniqua povertà” della miseria, sia materiale che spirituale, che è riprodotta ingiustamente e va combattuta decisamente per rendere il mondo più giusto e fraterno. “La pace si costruisce così globalizzando la solidarietà e cioè affrontando la sfida della crisi che non è solo economica e finanziaria ma culturale e morale” (Benedetto XVI, Solidarietà e giustizia, le vie contro la povertà, in Avvenire, 2 Gennaio 2009, p. 6). Se ognuno usa la propria piccola zattera “privata” non si va lontano in una crisi di sistema. Ci sono le zattere ma c’è ”la grande zattera” della ricostruzione spirituale e morale, economica e politica del Paese nella quale tutti possono impegnarsi, imbarcarsi e concorrere ad una navigazione più forte e più sicura verso un approdo desiderato e giusto. E la nave Italia, forte delle sue antiche radici cristiane, della ricchezza culturale ed etica della sua gente e della creatività delle sue cento Città, può partire verso un nuovo Rinascimento nel mondo globale.