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Lettera a un seminarista
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di Padre Antonio Rungi



La vera qualità contro i grandi numeri del conformismo

di Sergio Rolando

CITTA’ DEL VATICANO – Se da più parti, attualmente, ci si lamenta del degrado etico, sociale e culturale della società decadente in cui viviamo, certamente questo è dovuto anche all’assunzione di errati parametri di riferimento nella valutazione della vera qualità di persone e fatti. Oggi, forse, più che mai, si adducono a prova della valentia di questo o quel soggetto e delle sue diverse espressioni, l’approvazione o il diffuso interesse da parte della collettività, il consenso pressoché plebiscitario, la suggestione e il fascino esercitati sulle masse. Nell’ambito, poi, delle implicazioni pratiche di quanto sopra evidenziato e degli effetti sul modus operandi,  fa testo l’assolutoria sentenza del: “Così fan tutti”. Questa perversa “filosofia” esplica i suoi effetti particolarmente devastanti soprattutto verso i più giovani, che si trovano ad attraversare il rischioso guado della formazione della loro personalità. Sulla loro intrinseca sensibilità e permeabilità alle influenze più assidue,  presenti e pressanti (si pensi ad esempio ai media), che certo non coincidono sempre con quelle più giuste e costruttive, s’innesta una vera e propria opera di sciacallaggio da parte di chi regge le fila del perfido gioco dello sfruttamento, favorito proprio dall’annientamento della personalità. Né questo fenomeno è circoscritto alla fascia giovanile, perché ciò che si osserva nella nostra società lascia desumere che tantissimi, anzi, i più, sono quelli che non si oppongono alla corrente di questo limaccioso fiume in piena, mentre pochi sono quelli che si aggrappano a solidi punti fermi ed ancor meno sono coloro che, se pure malauguratamente trascinati, riescono, con grande determinazione, a risalire la corrente per non perdersi nel mare piatto del conformismo. In tutta modestia, credo che di queste considerazioni dovrebbe tener conto anche il cristiano, soprattutto quando talvolta può sentirsi disorientato o addirittura soverchiato ed accerchiato da una società che vorrebbe  farlo apparire superato, anacronistico, isolato, in una parola: “diverso”. A questo punto, la chiave di volta è proprio, forse, in questo termine “diverso”: il vero cristiano dovrebbe sforzarsi di essere diverso; diverso da quelli che vivono il ‘carpe diem’ del no-problem sfruttando la corrente del conformismo e il vento favorevole delle soluzioni comode; diverso nel saper discernere ciò che vale veramente e diverso nell’affermare con sicurezza le proprie convinzioni, rompendo il comodo silenzio di chi cerca il consenso a tutti i costi. A quel punto, questo cristiano diverso ed autentico, se pure contrastato dalla “quantità” degli altri, dei più, di quelli di cui il mondo tiene conto sull’onda delle affermazioni mediatiche, globalizzate e “di successo”, resterebbe rincuorato e riconfermato dalla consapevolezza di aver trovato quella qualità autentica che troppo spesso non coincide con la quantità e che, anzi, si trova all’opposto di essa. Corollario di questa “diversità” potrebbe, in certi casi, anche essere una sana e corroborante solitudine. Solitudine intesa non come isolamento e rifiuto della società, ma come mancanza di soggezione verso le ritualità e le celebrazioni di certa mondanità. La mondanità di cui parlo, interpretata in chiave attuale, non è solo quella delle esclusive aggregazioni delle classi privilegiate, abbienti ed influenti, ma è quella, inoltre, di espressioni molto popolari, come certi megaconcerti che confondono la potenza evocativa della musica con lo stordimento dei decibel e il supermercato dei paradisi artificiali; la mondanità dello sballo in discoteca, delle corse folli suicide ed omicide; la mondanità dell’ottundimento di tante trasgressioni collettive amplificate e celebrate dai media. Penso, ad esempio, a certi tristi personaggi proposti come modello, all’asservimento di sedicenti critici a “certa presunta arte” che in realtà bestemmia l’arte stessa; penso a quella mondanità fatta di ossessivo ossequio alle mode, anche a quelle più degradanti, come i pericolosi piercing e i disumani tatuaggi; penso all’esaltazione paranoica di un mondo costruito sull’immagine e sugli inganni di questa, un mondo che si rifugia nel virtuale per sfuggire al reale o che in casi esasperati, come talvolta si osserva in rete su “you-tube”, confonde la comunicazione con la provocazione, con il paradosso e talora addirittura con il crimine. Affrancarsi da queste soggezioni potrebbe cagionare forse solitudine ma una solitudine edificante e feconda, al contrario della devastante solitudine che affligge proprio tanti tra quelli che, invano, cercano di scacciare la solitudine disintegrandosi nel magma, nel marasma, nella quantità di riti ed espressioni contraddittorie di questa collettività disorientata. Molti, per cercare ossessivamente di conformarsi agli altri per essere accettati, spesso perdono se stessi e quindi da se stessi fuggono proprio perché non si accettano più. Tanti rinunciano a valori di sicura qualità e preferiscono alla qualità di questi valori la quantità di mille stimoli ingannevoli e lo stordimento che ne deriva. Ecco perché dovremmo sentire pressante l’esigenza di una qualità degna di tale nome, riconoscerla per tale e cercarla là dove veramente si trova. Una massima antica, rendendo ossequio alle folle, recitava: “Vox populi, vox Dei”, ma credo proprio che oggi più che mai, ci convenga invece dare ascolto alla “Vox Dei” se pure, malauguratamente, non restassimo in molti a farlo. Tra tanti agnostici, atei, musulmani, buddisti, induisti ecc., forse i cristiani del futuro somiglieranno ai primi cristiani: quantità limitata, ma qualità eccelsa.