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La fede di Obama

di Mauro Bontempi

CITTA’ DEL VATICANO – In fondo lo sapevamo tutti. Il mondo intero, coinvolto indirettamente attraverso i mezzi di comunicazione nell’elezione del leader del Paese più influente negli equilibri internazionali, era convinto, soprattutto a ridosso del voto, dell’ingresso alla Casa Bianca del senatore afro-americano dell’Illinois, Barack Obama, 44° Presidente degli Usa. Una vittoria elettorale annunciata eppur “storica”. Una vittoria che ha il sapore del riscatto e della palingenesi: riscatto di coloro che ieri come oggi sono discriminati e reietti per il colore della pelle, la nazione d’origine, la religione; palingenesi per coloro che dentro e fuori i confini Americani auspicano un’era nuova, più pacifica, solidale e retta. C’è un rischio, però. Un pericolo misurabile dall’impervio metro delle “aspettative”, delle “grandi aspettative” come titolava l’Economist nella sua edizione del 6 novembre. Il celebre settimanale inglese invita il Obama a “mettere in chiaro i limiti della sua presidenza” precisando soprattutto che “sebbene la sua America rispetterà i diritti dell’uomo e presterà attenzione ai consigli degli altri, non sarà sprovveduta (pushover)”. Sull’argomento è tornato anche Benedetto XVI nel suo messaggio di auguri al neo Presidente eletto, esortandolo a non disattendere “le attese e le speranze che si rivolgono verso lui”, in primis sul terreno del “rispetto dei valori umani e spirituali essenziali”. “Barack Obama non è John Kennedy”, ha scritto provocatoriamente William Mc Gurn sul “Wall Street Journal” del 14 giugno, per indicare che, a differenze dell’illustre predecessore democratico spesso accostatogli per spirito e carisma, l’allora candidato alla Casa Bianca non aveva le carte in regola per “riportare il discorso religioso tra i democrats”, indi nel dibattito pubblico. Ma senza fare confronti con le precedenti presidenze, Obama, entrando alla Casa Bianca, porterà con sé quel patrimonio di valori e credenze dei quali non ha fatto mai segreto nel corso del suo fecondo impegno politico. Un recente volume (B. Obama, “La mia fede”, 2008) propone tre interventi considerati emblematici per ricostruire il rapporto tra il successore di Gorge W. Bush e la fede, declinato, poi, nei vari ambiti, a cominciare dai rapporti “fede-politica” e “fede-società”. Il primo è per certi versi il più completo. Su di esso è giusto concentrare l’attenzione. In esso si ritrovano tutti i temi, gli slogan e l’enfasi retorica degli interventi futuri. E poi, ‘last but not least’, si tratta di un discorso pronunciato come senatore dell’Illinois, ben lontano da qualsiasi candidatura alla presidenza degli Stati Uniti. Si tratta di un lungo discorso del 28 giugno 2006 proferito a Washington, dinnanzi ai fedeli del movimento evangelico nato negli USA e denominato “Sojournes”. Nel suo “Call of Renewal Keynote Address”, Obama svolge una amplia riflessione partendo da una dura critica verso il suo partito. In aperta critica con una prassi consolidata all’interno dei democrats, che avevano messo al bando ogni riferimento ai temi religiosi lasciandoli appannaggio esclusivo della destra religiosa, Obama lancia la sfida di avviare un “serio dibattito su come conciliare la fede con la nostra attuale democrazia pluralistica”. Gli americani vogliono scoprire il senso della loro vita, vogliono il conforto di una voce che dica loro di non essere destinati “a percorrere quella lunga autostrada verso il nulla”. Per dare sostegno al proprio invito, Obama presentava la sua esperienza di vita. Quella di un ragazzo di colore agnostico, figlio di un musulmano divenuto ateo e di una cristiana “con un sano scetticismo verso la religione organizzata”, il quale, uomo maturo, trova la fede tra i banchi di una comunità battista, dapprima lavorandovi e successivamente facendone parte completamente. Fu allora che scopri la necessità di un “una vascello per le sue credenze” maturate nel tempo. Scoprì in quella comunità una fede viva e vitale in ogni realtà umana, una fede che “vuole abbracciare Cristo” per mondare i peccati “perché siamo umani e abbiamo bisogno di un alleato in questo difficile cammino”. “La fede non significa non avere dubbi”, ricorda Obama. Per un Cattolico le riflessioni di Obama sono familiari ma, nella religiosità americana, quest’approccio paolino e agostiniano è audace perché batte sul peccato originale e sulla giustificazione “ex fide et operibus” rigettata dal Protestantesimo. Nelle parole del Senatore dell’Illinois c’è tutto il senso dell’impotenza umana e quindi il duplice impegno del cristiano Barack Hussein Obama jr a sottomettersi alla volontà divina e a ricercare la “Sua verità” che permea di sé l’individuo nella sua interezza e nella complessità delle sue relazioni. La politica non può espungere la fede degli individui dal proprio mondo, sia perché le radici degli Stati Uniti d’America affondano nel credo dei “Padri della Patria” (la maggioranza dei grandi riformisti nella storia americana non solo era motivata dalla fede, ma si serviva ripetutamente del linguaggio religioso per sostenere la propria causa), sia perché le più gravi piaghe nella società e nel mondo (povertà, razzismo, mancanza di protezioni sociali, disoccupazioni) non sono semplicemente problemi tecnici da risolvere con un piano perfetto in dieci punti, ma sono legati alle debolezza tutte umane dell’egoismo, dell’individualismo e dell’indifferenza verso il prossimo. Le soluzioni comportano un cambiamento non solo politico ma anche nei cuori e nel modo di pensare. Donde la necessità di un dialogo tra laici e credenti sul piano etico. Obama non fa differenza tra le religioni monoteiste, accomunandole tutte sullo stesso piano. La questione può dare adito a qualche obiezione, in particolare in tema di diritti umani, ma il vero, forse unico, punto di distacco con il mondo cattolico è un altro. In fondo il dialogo interreligioso è un punto di forza per trovare posizioni comuni su alcune questioni centrali: effettivamente, su aborto, eutanasia, matrimoni omosessuali, c’è una sostanziale convergenza tra le religioni monoteiste. Tuttavia, Obama parla di due categorie di precetti biblici: quelli immutabili e quelle relativi. “Anche coloro che proclamano l’infallibilità della Bibbia – sostiene il Presidente eletto degli Usa – sanno fare distinzioni tra le lezioni che possiamo trarre dalle Scritture, e intuiscono che alcune di esse – i Dieci Comandamenti, per dire, o la fede della divinità di Cristo – sono alla base del credo cristiano, mentre altre sono maggiormente connotate culturalmente e andrebbero modificate per adattarle alla vita moderna”. Calare la Sacre Scritture nella vita quotidiana è ciò che la Chiesa Cattolica cerca di fare da oltre duemila anni. Il Magistero della Chiesa Cattolica e tutta l’opera pastorale dei Ministri del Culto, questo fanno: salvaguardare il popolo di Dio “dalle deviazioni e dai cedimenti, e garantirgli la possibilità oggettiva di professare senza errore l’autentica fede. Il compito pastorale del Magistero è quindi ordinato a vigilare affinché il Popolo di Dio rimanga nella verità che libera” (Catechismo, 890). È comprensibile che il protestante Obama non imposti i termini della questione interpretativa della Scrittura dal punto di vista personale e individuale. In tal senso, l’invito a leggere la Bibbia ‘cum grano salis’, evitando radicalismi e fondamentalismi di varia natura, non può che incontrare il consenso di ogni cristiano. Ma il neo Presidente USA prosegue il suo discorso con affermazioni che gettano luce nuova al senso generale del proprio messaggio: “Il popolo americano lo capisce intuitivamente, ragion per cui la maggioranza dei cattolici pratica il controllo delle nascite e alcuni di coloro che si sono opposti ai matrimoni omosessuali si sono comunque anche opposti all’introduzione di un emendamento nella Costituzione che li vieti”. E aggiunge: “Non pretendiamo che la leadership religiosa accetti questo nel guidare il suo gregge, ma che riconosca che nelle scelte della gente vi è della saggezza”. Altro che invito alla misura! Obama intende ben altro che la nobile “speranza che possiamo vivere gli uni con gli altri così da conciliare le credenze di ciascuno con il bene di tutti”. Come è logico che sia, egli dichiara apertamente la sua posizione sui temi eticamente sensibili, come si dice ultimamente, eccezion fatta per l’eutanasia. Sono posizioni molto nette a favore dell’aborto, delle pratiche contraccettive, dell’apertura alle unioni omosessuali, che, anche durante la campagna elettorale, sono state esposte. Solo la genuina fede cristiana del candidato democratico, ancor più evidente a fronte dell’incerta adesione religiosa di Mc Cain, non ha sollevato particolari dibattiti o polemiche tra i Cattolici in America e nel resto del Mondo. Apprezzati il richiamo al “deficit morale e di empatia” su cui maggiormente si concentrerà la nuova amministrazione americana per una maggiore equità sociale, l’annuncio di una convinta battaglia contro la diffusione della produzione e dell’uso delle armi e contro la proliferazione di sacche di violenza e di emarginazione nelle metropoli, nonché la difesa delle famiglie e degli strati sociale più deboli, rimane il fatto che esiste una frattura tra il Magistero della Chiesa cattolica e le posizioni di Obama. E ciò potrebbe urtare la sensibilità non solo della “leadership religiosa”, locuzione poco rispettosa della figura del Pontefice di Roma, ma anche quel miliardo abbondante di cattolici nel mondo! Obama fonda il suo ragionamento politico sulle teorie di Rawls, dell’overlapping tra credenti e non credenti sul terreno delle scelte morali. I cattolici, da parte loro, dovrebbero liberarsi da tutti quelli impedimenti che ostacolano il dialogo. I cattolici sarebbero chiamati a tradurre nel linguaggio della ragione pubblica le proprie tesi fondate sulla verità religiosa (vedi Bosetti in “La mia fede”). Ma così facendo, il cattolico sarebbe sempre costretto ad escludere la propria fede da ogni sua argomentazione e quindi da ogni sua scelta “pubblica”. Togliendo di mezzo i principi assoluti come la sacralità della vita, l’esaltazione del corpo come tempio dello Spirito Santo, la presenza di Dio Padre-Creatore, l’esistenza di una Chiesa fondata sul Cristo “vero Dio e vero Uomo”, sulla “pienezza di Grazia“ di Maria Madre di Dio e Madre Nostra, il cristiano potrà forse convincere il prossimo della illiceità dell’aborto e dell’eutanasia, delle pratiche contraccettive, della famiglia come cellula centrale della società fondata da un uomo ed una donna, ma lo avrà fatto privandosi della parte più importante di sé, quella ultracorporea ed eterna della Fede. “In una democrazia non abbiamo scelta. La politica dipende dalla nostra capacità di persuadere  gli uni e gli altri degli scopi comuni basati su una realtà comune”. Lo ricorda Obama, ed è sacrosanto. È questo che ogni essere umano ama nella democrazia, ma ciò non può costringere un credente a non testimoniare la propria Fede sempre e comunque, in ogni sede, dinnanzi ad ogni interlocutore. Dialogare significa mettere a confronto “logoi”. Per il cristiano, il logos sono la Parola, la Verità, Cristo e la sua Chiesa. Il presidente Obama lo sa bene e quindi la Verità a cui il mondo anela continuerà ad irradiare i suoi raggi sugli “operatori di pace”. “Dio illumini Barack Obama”: è l’auspicio non formale che si alza dalla Chiesa e da ogni cattolico aperto al confronto ma fermo nella sua scelta di vita.