|
|
|

|
|
Il gioco della verità
di Luciano Nicastro
CITTA’ DEL VATICANO – E’ di questi tempi il conflitto quotidiano nella comunicazione politica su ciò che è vero e ciò che è falso. Ormai sembra di vivere, come nel gioco dell’oca, la verità come una transizione dalla ragione “oggettiva e rivelativa” alla ragione “soggettiva, strumentale e utilitaristica”, capace di produrre, riprodurre e rinforzare consenso. Un po’ tutti partecipano al “gioco della verità” come nuova via e come imperativo categorico di una efficace strategia del consenso indotto e confermato. La Febbre del gioco ha incendiato gli animi e le menti producendo una mutazione di approccio al velo di Maya e inquinando anche la comunicazione politica che è diventata sempre più propaganda di parte e non semplice puntello del sistema democratico. La mutazione purtroppo non riguarda solo la sfera dello scontro politico ed economico, ma anche quello culturale e religioso, riguardante la vita di relazione. Il significato stesso della libertà e della tolleranza democratica è stato piegato alla logica degli interessi che si intendono promuovere e tutelare. La ricerca della verità dovrebbe essere sacra ed eticamente rispettata. Il gioco della verità invece non prevede il rifiuto della bugia come disvalore in sé e come offesa alla razionalità, perché a priori connota solo i pensieri e i comportamenti degli altri. Gli altri sono l’inferno, gli altri sono bugiardi. Di fatto non si è “veri per sempre”. Esiste la verità in situazione ed esistono le situazioni di verità “verosimili”. La verità di ieri e la verità di oggi non sono comparabili, non sono approfondimento e disvelamento di un contenuto univoco ma cambiamento e travisamento di un nucleo forte legato all’appartenenza politica o culturale. Esiste la verità di Berlusconi ed esiste la verità di Veltroni, di Casini … Esiste la verità del Potere che si veste sempre da verità inconfutabile, perché è prodotta e ripetuta da un coro di persone che sono “i professionisti della critica degli altri”. Esiste anche la verità dell’opposizione fine a se stessa, che si riveste spesso di rifiuto pregiudiziale, demagogico e strumentale anche del “buon senso” e della stessa ragionevolezza. C’è uno strano e primario spaesamento nella nostra Italia, quello della verità e del principio di non contraddizione. Si può essere bugiardi ma dire nello stesso tempo la verità della bugia imponendola come verità per tutti. Il gioco della verità è entrato così nella sfera privata ed intima delle persone e dei mondi vitali come esercizio di una apparente libertà “divenuta” una sottile omologazione alle regole del gioco dettate dal principio supremo dell’utilità e del tornaconto “politico”. Per separare la verità dalla bugia non basta la ripetizione insistita, ci vogliono serietà e onestà intellettuali che sono oggi cibo raro. E’ dovere dei cittadini veramente democratici far crescere dentro l’attuale sistema liberale “il tesoro nascosto” che è la democrazia “fraterna” di cui Giorgio La Pira fu profeta e testimone (cfr. “Le attese della povera gente”) attraverso lo sviluppo della dimensione “spirituale” della comunicazione politica “pubblica”. Ci sono troppi soggetti interessati a vendere la loro verità e ad indicare una via per l’espansione del loro sistema di pensiero e di potere. Non c’è un luogo sacro “deputato” alla difesa dei valori fondanti di relazione e di fraternità nella comunicazione verso il pubblico. Il mercato con la nuova tecnologia dei media individuali impazza in modo selvaggio. Gli altri sono diventati ormai non una semplice destinazione geografica ma una prateria con territori da occupare e da usare. Si dice che questa è la modernità del tardo capitalismo “informazionale”, ma non si può sempre acriticamente invocare lo spirito dei tempi e di converso rimpiangere nostalgicamente il passato quando basterebbe affermare che solo la “verità ci fa liberi”, come si dice nel Vangelo. “La comunicazione non dovrebbe qui essere reificata come evento circoscritto e statico, né come una prerogativa che può essere «accesa» o «spenta» a piacere, ma piuttosto come un processo fluido che assume diverse configurazioni contingenti” (cfr. Massimiliano Bucchi, Modelli di interazione fra scienza e pubblico in “Rassegna Italiana di Sociologia” n. 3/2008). Esiste “l’autority delle comunicazioni” ma non ancora una legge di riferimento e di merito che fissi le regole minime di una buona comunicazione pubblica, libera, democratica e veritiera senza gli opposti estremismi del laicismo e del clericalismo. Oggi vige il principio della lotta al monopolio, è giusto ma non basta. Bisogna anche combattere il “brainstorming mediatico” del “martello della bugia” che disorienta i cercatori della verità. Ci vuole quindi una legge che fissi lo zoccolo duro e il limite della sana comunicazione pubblica che è seme fecondo della buona società e della sana democrazia della responsabilità etica che non è garantita dalla quantità dei numeri che rendono legale una scelta, ma non la legittimano. Ad esempio. Si azzera ormai il contenuto della critica o del messaggio con la tecnica della sequenza “critica e critica della critica”. Vince chi parla per ultimo o chi non fa parlare. Andrebbe normata invece la sequenza “fatto” o contenuto deciso dalla maggioranza e non solo affermato ma provato con una giustificazione di merito e “critica” proposta dalle opposizioni che la devono motivare esplicitandone la differenza di contenuto e la necessità di un’alternativa rispetto alla decisione maggioritaria. Non ha senso democratico che la maggioranza di governo nella TV pubblica abbia sempre “l’ultima parola” dopo aver avuto la prima. Non si tratta di entrare a due gambe nella libertà di stampa e di comunicazione pubblica, ma di fissare come requisito di legge, punibile con una censura pubblica dall’Autority, la manipolazione della verità del fatto e del detto con il frequente ricorso all’uso della regola della ripetizione bugiarda che riveste di verità la menzogna sugli eventi acclarati. Non basta più la deontologia professionale come nella esperienza del “Fatto” dell’indimenticabile maestro di etica giornalistica che fu Enzo Biagi, il quale non nascondeva il suo punto di vista ma lo faceva “seguire” alla “nuda verità” del “fatto” accertato e separato dal commento e non nascondeva il suo eventuale consenso dietro il semplice neutralismo. Non mancano gli studi sociologici e psicologici relativi alla comunicazione, al “messaggio” strategico e subliminale sulla scia di Marshall MacLuhan, non mancano le normative di primario riferimento nel capitalismo informazionale (cfr. Manuel Castells) “drogato” e arrampicatore che sta erodendo la vita pubblica e privata; manca la tutela non della verità presunta, astratta e atemporale, ma di quella vissuta, detta o riferita. Il diritto alla verità non può essere ancora inteso come una semplice aspirazione etica o come una tentazione illuministica di tipo robespiriano, ma può essere strutturalmente coniugato con la libertà di espressione per meritare la qualità di valutazione di interesse collettivo. Questa è una giusta e nuova priorità sociale, un nuovo diritto sociale nell’età della comunicazione globale ed è facile e non costosa da varare in sede legislativa. Non si tratta di disciplinare solo l’attuale giungla con l’antitrust del monopolio, dell’oligopolio, del duopolio delle reti, ma di sterilizzare l’arma letale della democrazia che è la manipolazione “permessa”, la licenza di addormentare lo spirito critico, cioè la libertà di scelta e di adesione della maggioranza silenziosa che è il sale del bene comune in una vera democrazia. Ne guadagnerebbe la qualità dialettica e propositiva della società civile e se ne avvantaggerebbero la democrazia come valore, la buona politica e la buona economia in un mercato risanato e restituito ad una sana competizione. La verità, dicevano gli antichi greci, è “disvelamento” perché esiste di per sé e non si riduce né alla sua rappresentazione né alla sua parziale conoscenza. Non è un prodotto ma una luce che illumina la profondità dei suoi contenuti. La società dei simulacri e della sottile ermeneutica ha invece introdotto persino nella intimità della vita interiore e relazionale degli stessi mondi vitali il fatto della verità come gioco nel quale l’apparire e la negazione hanno libero corso. Ancora una volta la dittatura del relativismo di cui ha parlato Papa Benedetto XVI non è la posizione ideologica, pregiudiziale e nostalgica di un Maestro spirituale, quanto la base storica strutturale e fondamentale del modus vivendi et operandi della post modernità individualistica e consumistica di massa che ha trovato nella nuova tecnologia uno sterminato mare telematico dove “nuotare”, navigare, persuadere. La “folla solitaria” è il prodotto quindi di un nuovo panopticon e ogni Paese ormai ha il suo. La Riforma delle telecomunicazioni in Italia e nel mondo non è quindi un optional, né una evasione dalla crisi attuale, perché la questione della comunicazione “bugiarda e strumentale” riguarda oggi tutti, dalla vita quotidiana e dai miti di società sino ai valori fondanti della civiltà. La verità ingannevole è diventata una tentazione simile a un nuovo gioco mediatico (cfr. “Grande Fratello”, “Isola dei Famosi”, etc.). Le giovani generazioni stanno crescendo nella convinzione di massa che non esiste la verità oggettiva ma solo la guerra delle opinioni più forti e più presenti nell’agorà mediatico. In questo mondo, la via più utile finisce per accreditarsi ed essere quella della negoziazione tra opposti interessi e non tanto quella del dialogo per ricercare la verità e per affermarla con la ragionevolezza dell’onestà intellettuale che è solita rispettare la libertà della coscienza e della critica radicale.
|
|
|