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Il senso della vita
di Matteo Orlando
CITTA’ DEL VATICANO – Il nostro corpo è il risultato di una evoluzione biologica che inizia col concepimento e cessa con la morte. Ma in noi c’è qualcosa di più: ognuno di noi è ‘cosciente di esistere’, ‘sa di essere lui’ e non un altro; sa di possedere il proprio corpo come ‘suo’, di essere ‘soggetto di azioni responsabili’, di essere ‘persona’. È in questo ‘avere coscienza di sé’ (l’autocoscienza, come la chiamano i filosofi), è in questo riconoscersi esistente come individuo, come un ‘io’ personale distinto dagli altri, che si manifesta il mistero della nostra esistenza. Ed a proposito di esistenza, nessuna persona è libera di decidere se esistere o no. E la stessa cosa vale anche per la morte. Proviamo a fare qualche considerazione, riferendoci alla vicenda di Eluana Englaro, perché questo caso non riguarda soltanto coloro di cui parlano le cronache, ma anche noi stessi, la nostra vita, il senso dell’amore e della morte, della sofferenza e della speranza. È nata Eluana. È nata senza volerlo, anzi senza neppure saperlo: s’è trovatoa al mondo, e nulla più. Tutti noi siamo al mondo senza averlo voluto; siamo nati da genitori a noi sconosciuti; siamo nati in un tempo e in un luogo non scelti da noi. Siamo nati mentre avremmo potuto non nascere. Chi allora ha deciso la nostra esistenza? Chi ci ha donato questi genitori e non altri? Veramente la nostra esistenza è un grande mistero. E questo mistero è legato non tanto alla nostra esistenza ‘corporea’, quanto alla nostra esistenza ’spirituale’. Divenuta più grande, Eluana ha scoperto il suo corpo, ed ha cominciato con la sua intelligenza a leggere il significato delle cose; ed, ancora, ha scoperto il suo potere d’amare. Noi tutti ci siamo ritrovati così; due mani per lavorare, due occhi per vedere, l’intelligenza e l’amore. Nessuno di noi ha potuto sottrarsi dall’essere quello che è; noi tutti siamo stati costretti a subire noi stessi. Ognuno di noi è costretto ad accettare se stesso così come è. Ed anche i genitori di Eluana, come ogni altra coppia di genitori, sono stati costretti a ‘subire’ ed ‘accettare’ i propri figli così come sono: essi, infatti, non sono che semplici collaboratori di ‘Qualcuno’ che li ha progettati e voluti così. Ed Eluana è una ragazza bellissima, dalle immagini appare anche dolce e amante della vita. Sono passati degli anni ed Eluana, purtroppo, si è ritrovata in uno stato di coma irreversibile, uno stato vicino alla morte, ma non la morte. Tutti, senza eccezioni, sappiamo di dover un giorno morire. Possiamo allontanarne il pensiero ma non la certezza; possiamo tentare di ritardarne l’evento, ma sappiamo di non poterlo evitare per sempre. Davanti a un fatto così sconvolgente, così non voluto eppure così certo e così universale, ognuno si chiede: ma perché non posso vivere sempre? Chi ha stabilito che l’uomo debba morire? Perché il dolore, le malattie, le ingiustizie sociali? Il male fisico è un assurdo o ha uno scopo? È per noi solo una ‘perdita’ o ha invece una sua ‘contropartita’ che chiude il bilancio in vantaggio per noi? Dopo la morte, ecco un altro mistero: la tomba è veramente il traguardo finale della vita dell’uomo o è un passaggio al di là del quale egli continua la propria esistenza? Quando verrà la morte e il nostro corpo giacerà senza vita, che sarà di noi? Cadremo di colpo nel nulla come se mai fossimo stati, o continueremo ad avere la coscienza di esistere? Avverrà l’incontro con Colui che ci ha dato l’esistenza, o la Sua presenza continuerà a restare misteriosa per noi? E inoltre, saremo felici per il bene compiuto e puniti per il male commesso? Nessuno può rispondere a queste domande, neppure Peppino Englaro. Il dilemma è evidente: o rinunciare a una spiegazione sul senso della nostra vita (e molta gente fa questa rinuncia…) o chiedere questa spiegazione ad un ‘Altro’ che ne sa più di noi. ‘Preferirei essere soffocato, la morte piuttosto che questi miei dolori! Io mi disfaccio, non vivrò più a lungo. Lasciami, perché un soffio sono i miei giorni’, troviamo scritto nel libro di Giobbe (c. 7). I problemi relativi alla richiesta di eutanasia, dunque, non sono “fatti nuovi”. Ma esiste un diritto all’autodeterminazione nel morire, intesa come espressione di una libertà responsabile, consapevole e matura, come espressione di ‘pietà’? Evidentemente no. Abbiamo visto che il diritto a vivere non è un assoluto. Ed anche la richiesta di ‘un diritto all’eutanasia’ non è un assoluto. Il facile e sbrigativo ricorso all’eutanasia appare una via di comodo, che rischia di paralizzare la più doverosa, impegnativa e fruttuosa ricerca di ben più valide alternative. L’eutanasia nasconde ben altro: debolezza, disagio, fatica, impotenza, incomunicabilità, solitudine, paura, desiderio di una pausa, di un sollievo, di un conforto, di un ascolto. Il malato in stato vegetativo persistente, non è ‘costretto’ ad una alimentazione ed idratazione artificiale. Il bene oggettivo che la vita di ciascuno rappresenta, infatti, va salvaguardato in ogni circostanza. E pure eventuali desideri di soppressione, manifestati in momenti in cui la libertà del paziente è seriamente compromessa dallo stato precario di salute, non possono essere presi in considerazione là dove la vita del singolo individuo è affidata ad un’intera società o alla categoria medica, cui la società stessa affida tale compito; né si potrà pensare all’introduzione di un ‘parere previo’, da esprimersi in un momento in cui non si può conoscere ciò che si proverà o che si desidererà nel tempo della malattia. Il vero esercizio della libertà umana non potrà essere disgiunto da un autentico confronto con la verità; né potrà essere invocata la volontà di un singolo individuo, come parametro e misura della verità tutta intera. La libertà dell’uomo ha sempre da essere ricondotta ad una ‘libertà per’: essa non può essere libertà dall’altro (prossimo, società o Dio), né libertà di fare ciò che solo soggettivamente appare buono. Essa ha da essere sempre libertà per un senso, libertà positiva per la realizzazione dell’uomo e per far conoscere all’uomo l’altezza della sua chiamata. ‘Mostruosa appare la figura di un amore che uccide, di una compassione che cancella colui del quale non può sopportare il dolore, di una filantropia che non sa se intenda liberare l’altro da una vita divenuta soltanto un peso oppure se stessa da una presenza divenuta di peso’ (Così si esprimeva nel lontano 1981 il Cardinale Carlo Maria Martini). Il suo successore, Dionigi Tettamanzi (in Bioetica, Piemme, 1996), ci ricorda inoltre che la sacralità della vita è basata sul fatto che l’uomo non può sostituirsi a Dio, e del resto questa tentazione è nota fin dalle prime pagine della Bibbia (‘diventare come Dio’, Gn 3,5). Ancora, la dignità della vita umana non va confusa con la ‘qualità’ di essa; ‘la vita umana non è degna perché ha certe qualità fisiche o psichiche; al contrario, lo è perché la vita ha una sua interiore dignità, ha un suo significato immanente’. Se la malattia inguaribile o la morte dolorosa fossero un’assurdità da rifiutare, nota il Cardinale Tettamanzi, ne conseguirebbe il misconoscimento di un soffrire e di un morire che abbiano un senso. Ma anche senza o prima dell’aiuto della fede, già la filosofia, e dunque la ragione umana, può intraprendere e concepire la seguente distinzione: o l’uomo è solo una macchina (e qui si cadrebbe nel più bieco feticismo), oppure la vita è sacra, perché possiede o è costituita da una libertà. La vita umana, insomma, va rispettata sempre, perché portatrice di una libertà: nei pazzi, nei feti, nei malati inguaribili. Tale libertà poi esige il confronto con le libertà dei simili. Ma un’altra giustificazione razionale all’inaccettabilità dell’eutanasia consiste nella radice stessa del compito del medico. Esso sarebbe compromesso a tal punto da apparire al servizio della morte, piuttosto che della vita. ‘Il medico – sostiene Viktor Frankl in ‘Logoterapia e analisi esistenziale’, Brescia, 1977 – non è mai autorizzato a decidere sul valore o disvalore della vita umana. La società gli ha dato semplicemente l’incarico di aiutare il malato, di lenirgli le sofferenze, quanto più è possibile, di assisterlo se non lo può guarire’. La vita ha sempre un suo valore intrinseco, e la responsabilità sul singolo da parte del singolo è sempre anche responsabilità della comunità sociale nei confronti del singolo, per non parlare della responsabilità sulla vita individuale che ciascuno ha di fronte agli altri e di fronte a Dio. ‘Dio si schiera a favore del diritto a vivere anche contro colui che si è stancato di vivere – afferma il teologo protestante Bonhoeffer in ‘Etica’, Brescia 1995 -. Egli concede all’uomo la libertà di mettere a repentaglio la propria vita per qualche grande causa, ma non vuole che tale libertà si ritorca arbitrariamente contro se stessa. L’uomo non deve levare la mano su di sé, anche se deve sacrificare la propria vita per gli altri. Egli deve affidare completamente la propria vita terrena, anche quando essa è divenuta per lui un tormento, alle mani di Dio, da cui essa è scaturita, e non cercare di liberarsene da sé. Anche morendo egli cade infatti nelle mani di Dio, che per lui erano divenute troppo dure durante la vita’. Per tutto ciò, e per dare un senso alla sofferenza di sua figlia, Signor Englaro, ‘nel nome di Gesù Cristo’, permetta ad Eluana di continuare a vivere.
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