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del Cardinale Angelo Comastri

L’inferno esiste ed è eterno
di Maurizio Fois

Quando l’Eucaristia è vittima dei satanisti
di Stefano Cropanese

Gli Ordini dei Canonici Regolari: numeri e abiti
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Sul valore teologico del Concilio Vaticano II
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Se anche le altre religioni recitassero il ‘mea culpa’
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Il Generale e la cappella del disonore
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La Grazia e il Peccato, nostro pane quotidiano
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Lettera a un seminarista
di Andrea Maniglia

Pompei, dove la Madonna appare ai cuori
di Padre Antonio Rungi



Il mercato etico

di Mauro Bontempi

CITTA’ DEL VATICANO – “Nelle banche c’è stato un crollo dei comportamenti etici negli ultimi anni. Il capitalismo può avere successo soltanto se condito da comportamenti etici. E in questi anni troppa gente si è troppo avvantaggiata di questo andazzo di laissez faire”. “Tutti insieme dobbiamo costruire un mondo basato sul primato dell’etica, sul primato delle leggi sulle prassi, sul primato dei valori sugli interessi”.  A pronunciare le due apodittiche affermazioni non è stato né il Santo Padre né due principi della Chiesa. Si tratta, rispettivamente, di Sir Evelyn de Rotschild, “patriarca dell’omonima pluricentenaria dinastia di banchieri di sangue blu” (Marco Nadia sul Sole 24 ore del 5 ottobre), ed il Ministro dell’Economia del governo italiano, l’Onorevole Giulio Tremonti, in occasione della 84ma Giornata mondiale del Risparmio, celebrata il 31 ottobre scorso. Sempre il Ministro Tremonti, durante un’altra occasione ufficiale, in Confindustria, in pieno divampare della crisi, aveva stigmatizzato l’imperante “dominio dell’anomia” sui mercati finanziari e, mutando il bersaglio del monito di Karl Smith, concluse il suo intervento con un eloquente: “Siete economisti”. Come confutare queste parole se, proprio con il beneplacito dei molti  apologhi di una finanza internazionale pressoché senza regole e intossicata dalla conduzioni spregiudicate, s’è consumata una delle più gravi crisi finanziarie dell’età contemporanea: una crisi alimentata dagli effetti negativi di una finanza strutturata con titoli con bassissimo rating (come i subrime)! “Una crisi – sempre Tremonti durante la Giornata mondiale del risparmio – figlia della globalizzazione e che probabilmente non poteva essere evitata. Ma la causa non è solo la caduta del livello delle regole. La globalizzazione ha permesso ad alcuni soggetti di entrare in operazioni inesistenti, aggirando le regole del capitalismo”. Sullo sfondo si agita lo spettro di una profonda fase di recessione per l’economia mondiale. Di certo così sarà per l’economia italiana (già malconcia, del resto) fino a tutto il 2009 (secondo stime del Centro Studi di Confindustria). “Il denaro è la misura del successo capitalistico. Quanto maggiore è il denaro, tanto maggiori sono il successo e l’intelligenza che lo sorreggono”. Nulla di più fasullo, ricorda John Kennet Galbraith nel suo studio sugli episodi più importanti di euforia e, quindi, di crack finanziari, per concludere che esistono delle costanti immutate nel tempo: “Individui e istituzioni sono attirati dalla straordinaria soddisfazione che deriva dall’accumulare della ricchezza. Dalla connessa illusione di possedere un intuito eccezionale (e quella della diretta proporzionalità fra ricchezza e intelligenza) proviene l’azione: la domanda di valori. Il movimento verso l’alto conferma il credito accordato alla saggezza individuale e collettiva. E così di seguito fino alla disillusione di massa e al tracollo”. In proposito, Monsignor Crepaldi (del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace), in un intervento all’Università di Urbino nel settembre 2007, prendendo spunto dalle riflessioni di Giovanni Paolo II sul sistema economico contenute nella ‘Centesimus Annus’, ebbe a dire: “Quando nella finanza le cose non funzionano, e dico non funzionano non in senso generico ma in senso strettamente finanziario, le cause non vanno cercate nella finanza, ma nel sistema culturale che la guida e, in fondo, nelle modalità, rispettose o meno, secondo le quali viene trattata la persona umana”. Nei giorni del grande crack finanziario, spiccano due gesti del  Santo Padre Benedetto XVI: l’avvio della lettura integrale della Bibbia presso la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme e il noto inciso al suo discorso all’apertura del Sinodo dei Vescovi (non a caso dedicato alla Parola) circa la vacuità del denaro rispetto alla solidità della Parola di Dio. Logos contro Doxa: la Parola, il Verbo, la Verità contro l’apparenza ed il relativismo. L’economia mondiale vive una tale crisi strutturale la cui gravità è seconda solo a quella del ’29, ed il Pontefice afferma che “i soldi sono niente, e tutte queste realtà che sembrano vere, sono di secondo ordine”. Come è stato rapidamente ricordato, è proprio dal mondo dell’economia che viene l’anelito, attraverso la drammatica esperienza catartica, ad un palingenesi nella identità e nei fini della finanza internazionale. La ricetta, come spesso accade, è semplice ma radicale: riscoprire l’etica della finanza. Non usiamo casualmente questa definizione, perché in essa si intende che, per un verso, l’etica, il cui campo risulta sempre più vasto di quello della finanza, appartiene alla finanza come “qualcosa di suo e che nasce dal suo stesso interno”; per l’altro, che “sotto la finanza c’è l’uomo. La finanza lo deve solo riscoprirle. Ma lo deve fare in modo ‘finanziario’, senza moralismo, vale a dire riconquistando il ruolo umano della finanza stessa” (Crepaldi, 2007). Esiste quindi una triangolazione di base che vede l’economia e l’etica coniugarsi all’interno del principio-guida dello sviluppo sostenibile (Cardinale Renato Raffaele Martino, 2003), per cui l’unico sviluppo capace di creare il benessere complessivo dell’uomo nella sua dimensione relazionale e spirituale può realizzarsi solo e soltanto nell’ambito di una scelta strategica di sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile, consapevole che il profitto è solo una quota-parte che concorre alla formazione del valore economico di una comunità. Come in un perfetto teorema, la tesi del Pontefice brilla nella confusione di questo tempo: esistono e persistono valori spirituali e sovrannaturali alla base dell’esistenza storica dell’uomo. Per dirla con Maritain, le “radici in alto” del realismo cristiano. Per la stretta via della sobrietà e della coerenza con la propria fede, passa il raggiungimento del bene comune universale ma anche la realizzazione piena di se stessi, cittadini “responsabili” del mondo. Il mercato, ricorda l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio in un volume dal titolo: “Globalizzazione. Politica economica e Dottrina sociale”, se non è etico e regolamentato non è libero mercato: “Se la libera concorrenza è rispettosa di un’etica, è regolata dallo scambio; da essa, e cioè dal mercato, emergono i migliori”. Dunque, una finanza etica non è solo moralmente giusta, ma la sola a poter inserirsi nell’alveo del libero mercato i cui padri intravidero la realizzazione di “un proficuo rapporto tra interessi individuali e benessere collettivo” (Fazio, 2008).