di Sua Eccellenza Reverendissima
Monsignor Andrea Gemma*
CITTA’ DEL VATICANO – Non ho ancora letto per intero ed approfondito il messaggio che i Padri sinodali hanno inviato alla Chiesa sulla Parola di Dio e ho avuto soltanto qualche scarna notizia sul lavoro sinodale delle settimane precedenti. Sono certo, tuttavia, che, a cominciare da quanto detto dal Papa Benedetto XVI, i Padri sinodali abbiano sviscerato la tematica, fondamentale per la nostra fede, e ne abbiano messo in evidenza la necessaria e fattiva incidenza su tutti gli aspetti della vita ecclesiale. Sono sinceramente felice e sono ansioso di ricevere, conoscere ed approfondire quanto è emerso, sotto la luce dello Spirito Santo, circa questo punto della professione cristiana che mostra, purtroppo, specialmente tra i cattolici, non poche carenze. Noi abbiamo ammirato e ringraziato il Concilio Vaticano II e la riforma liturgica che ne è scaturita per aver messo a disposizione dei fedeli con maggior abbondanza la Parola di Dio scritta. Non possiamo, però, non esprimere nuovamente la nostra preoccupazione di Pastore su alcuni punti che ci permettiamo qui di evidenziare, anche per aiutare chi ci legge ad accogliere ed attuare quanto ai Padri sinodali sarà piaciuto ricordarci e al Santo Padre di trasmetterci. Non so se qualcuno ne abbia parlato, ma io sono convinto che una nuova disposizione del lezionario, sia quello festivo che quello feriale, dovrebbe permettere di concentrarsi maggiormente su punti essenziali, anche se a scapito della quantità, purché sia evidenziata la qualità, con il rendere possibile un maggiore approfondimento, evitando inutili dispersioni e divagazioni. Bisognerà poi essere convinti – e l’ho già detto in molti luoghi – che è inutile offrire abbondanza di testi scritturistici, anche quelli più datati e meno comprensibili, se non si ottiene che ogni fedele a cui mettiamo in mano la Bibbia si decida a frequentare un corso di “introduzione biblica” o approfondisca il testo sacro individualmente con qualche sussidio adatto. Vorremmo dire un’altra cosa, forse più azzardata e meno condivisibile: la traduzione dei testi sacri fatta per gli esperti e per intenditori, in riferimento ai testi originali, non dovrebbe essere identica per l’uso liturgico, che dovrebbe perseguire altro intento pastoralmente valido. Per chi non può permettersi durante il rito liturgico un esauriente approfondimento del testo proclamato, la traduzione di esso preparata per l’azione liturgica dovrebbe percorrere una strada di più immediata comprensione, senza certo arrivare ad una corruzione del testo, ma, sì, ad una immediata sua comprensione (ne abbiamo dato un esempio che sappiamo favorevolmente accolto, diffondendo la traduzione di uno dei Vangeli con il criterio che abbiamo appena esposto). Abbiamo poi un grande timore che le nostre parole – quante ne impieghiamo per riferirci alla Parola – riescano non ad illuminare bensì ad oscurare la luce di essa. Sento per questo tutta la responsabilità di aver pubblicato ben nove volumi di parole per commentare la Parola. Spero che Dio mi perdonerà, anche perché le mie povere parole scritte e divulgate sono scaturite da una lunga, umile, approfondita meditazione sul testo Sacro. Tutto ciò che in qualunque modo servisse ad accrescere la conoscenza della Parola divina consegnata al Santo Libro, tutto ciò che ne faciliti la comprensione e la divulgazione – penso alla plurieditata “storia sacra” di San Giovanni Bosco -, deve essere salutato con grande riconoscenza e si dovrebbero trovare, con la ricchezza dei mezzi oggi a nostra disposizione, analoghi strumenti di divulgazione e di approfondimento per tutte le categorie di credenti. Finché, poi, i nostri cristiani comuni continueranno ad aprire il Santo Libro solamente nella periodica partecipazione alla liturgia, con la poco commendevole capacità di chi impiega malamente i pochi minuti concessogli per l’omelia, dubito assai che si abbia quel rinnovamento che i Padri sinodali e il Papa hanno più volte auspicato in questi giorni. Altro compito gravissimo, specie in questi tempi di scarsezza di vocazioni sacerdotali, che incombe sui catechisti è quello di aprire e fare aprire ai discepoli il Libro sacro almeno nelle parti essenziali e accessibili a coloro che debbono sin dai primi anni familiarizzare con esso. Per far questo – è ovvio – occorrerà una necessaria preparazione storica, esegetica, spirituale, che renda il Santo Libro non uno scrigno chiuso ma un’inesauribile sorgente di luce e di forza. E perché non pensare infine anche ad una nuova impostazione della Liturgia delle Ore? È’ proprio necessario – domandiamo – mettere sulle labbra dei nostri fedeli, specie dei più semplici, dei meno preparati, tutti e centocinquanta i Salmi, i quali, sì, sono stati la preghiera della Chiesa di sempre, ma senza una accuratissima preparazione rischiano in qualche caso di diventare oltre che incomprensibili anche fonte di qualche spirituale sofferenza? Affidiamo tutto con umile sincerità e fiducia alla saggezza di chi ha il compito di essere nella Chiesa la guida ed il maestro; per parte nostra, stringendo sul cuore la Bibbia, “lettera di Dio ad ogni uomo”, continueremo a dire: “Parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta”.
*Vescovo di Santa Romana Chiesa