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Il corpo come eros: linguaggio dell’anima
di Luciano Nicastro
CITTA’ DEL VATICANO – Il dibattito sul divieto della prostituzione nei luoghi pubblici delle città rischia di fermarsi agli aspetti giuridici e a quelli di etica sociale che, pur importanti, non sono decisivi se non sono illuminati da uno sguardo superiore di tipo antropologico, culturale e spirituale-religioso. Quello religioso è ancora più complesso, misterioso e problematico e va interpellato soprattutto come dimensione trascendente e liberante e non solo come fonte di proibizioni e di tabù, né come strumento scontato di consenso e di sostegno politico. Ad un approccio epidermico il corpo sarebbe solo uno strumento forte e ‘meccanico’ di piacere erotico che non coinvolgerebbe l’anima, mentre è il suo desiderio irresistibile di felicità totale a richiedere e ad esigere la libertà illimitata di un godimento senza sazietà e senza fine. La prostituzione, ‘il mestiere più antico del mondo’, ha sempre accompagnato l’uomo nella storia del suo costume di vita ed ha segnato in modo alterno la politica, che ha sempre oscillato tra proibizionismo e permissivismo. Per essere però ricompresa nel suo nucleo essenziale, sia personale che sociale, e nella sua essenza specifica, tale pratica va collocata, sia essa evasione, rifugio o mercimonio, nella dialettica bisogno-soddisfacimento del bisogno, nel circolo tautologico dell’essere umano che per ‘sentirsi’ una persona felice vuole possedere cose e corpi ed avere ed essere in pace con il suo corpo soddisfacendone la libido. Già Husserl nelle “Meditazioni cartesiane” distingueva la percezione della propria corporeità dallo sguardo del corpo altrui e invocava l’attribuzione, per analogia e similitudine, all’altro corpo di un Ego che cerca l’unione e la felicità intera. Il sesso, in verità, ha la forza di unire due corpi per istinto, due cuori per amore, due libertà in un recinto. L’esperienza della relazione di amplesso è finalizzata così più a ricevere piacere e godimento che a darlo e, dandolo, ad accrescere il proprio, più ad ottenere un riconoscimento, nel senso hegeliano, che a dichiararsi dipendente. La relazione d’amore assume invece nella prostituzione sempre una nuova libertà perché dà libero sfogo non solo alle fantasie e alle paure quotidiane, ma anche ad una maggiore coscienza di sé, alla percezione di una propria ‘signoria’ inebriante e fugace, legata al tempo di quel tipo di amore che è un attimo “fuggente”. Come ha sottolineato anche Sartre nella “Critica della Ragione dialettica”, quando l’uomo penetra il corpo della donna scende in una caverna, è accolto in una dimora dove aspira a restare, mentre il sadico è tale, a suo dire, non solo perché infierisce sul corpo altrui, ma perché dopo aver penetrato il corpo non si ritiene ancora signore perché l’altro è spiritualmente distante, lontano e libero e quindi, attraverso la violenza, vuole arrivare al possesso della sua anima, ottenendone un vero riconoscimento. Mette bene in luce il complesso e profondo rapporto dialettico dell’eros Virgilio Melchiorre nelle pagine stupende della sua “Metacritica dell’eros” (Vita e Pensiero, Milano 1977, pp. 86-87) quando precisa che, ad esempio, “Tristano non ama Isotta, ma ama l’amore; non cerca la donna per sé ma come occasione al divino amore” o quando chiarisce che “il vero don Giovanni non è ancora un volgare donnaiolo: è solo un figlio degenere della follia romantica e, alla fine, dovrà anche egli consumarsi nella passione dell’assoluto”. L’eros ha così un senso umano solo se la relazione corporea coglie e svela la sua nascosta intenzionalità spirituale quando la coscienza e il pensiero indicano nel godimento del corpo la via della felicità nella pienezza dell’anima da toccare e soddisfare. Non è, dunque, un amore in più, ma un amore diverso e più pieno di corpo e anima ‘insieme’ che fa felice l’uomo e la donna, come ha sottolineato Salvatore Natoli con la sua tesi della ’stabilità del bene’. Già prima, Sören Kierkegaard parlava a riguardo della ‘ripresa’ come via della felicità paragonandola non a caso alla ‘sposa amata’ di cui non accade mai di stancarsi. Gli amori sono tanti ma in essi ci si muove tra desideri e illusioni, tra speranze e ricordi verso l’Amore, la cui ricerca è infinita e procede sempre per tentativi ed errori. Come ha detto anche Kierkegaard, ‘la ripresa’ non è come la speranza che egli vede come “una bella fanciulla che ci guizza via dalle mani” né come la ricordanza che egli pensa “come una bella vecchia che non ci offre mai quel che ci serve al momento”, ma un dare senso e pienezza cosciente di significato e di libertà. La filosofia moderna ci ha insegnato che tutta la vita è una continua ripresa, “un ricordare procedendo” (Virgilio Melchiorre). Anche Heidegger indicava nella “cura” lo stesso itinerario e lo stesso approdo dell’essere umano e del suo vivere per la morte. Nell’amplesso si uniscono due corpi nel desiderio di un legame più profondo verso la stabilità di un bene e di una felicità che sono nello stesso momento sia un bene soggettivo che oblativo e oggettivo, cioè capace di fare di “due una carne sola” (Gen. 2,18-23), superando la solitudine della condizione primitiva che non era riempita dallo sguardo “sulle cose, sulle selve e sul cielo” ma dalla visione e dall’abbraccio di un corpo che è “carne della mia carne, osso delle mie ossa”, dove l’aggettivo possessivo rimanda all’unità della persona umana come valore teleologico. L’unità di una dualità afferma da un lato le differenze ma dall’altro l’esistenza di una caverna, che anela ad essere riempita, di una reciproca e comune vocazione che parte da due polarità, ma si sviluppa verso la comunità coniugale (“comune unità”!). La prostituzione non parla però solo il linguaggio della infedeltà, ma esprime anche il bisogno di un di più, di un “altro” verso cui tendere, affinchè il desiderio non cessi mai e si purifichi via via come armonia e ascesi, in cui la sessualità non è solo un piacere derivante da un gioco di posizioni dell’amore ma è una danza dell’anima come donazione continua di legame e di liberazione del corpo e dell’anima in una fusione spirituale e sentimentale. Già Platone nel Convito (190 b) aveva scoperto la vocazione all’amore pieno anche nel terzo sesso perché non solo i corpi etero si attirano e si uniscono ma anche le loro anime attraverso i loro corpi. Per questo il pudore riguarda in generale il rapporto e le relazioni limitando lo sguardo e la manifestazione in omaggio alla dignità della persona umana e al suo valore d’essere e di vivere. Il pudore non è moralistico, non è un coprire le nudità, ma un disvelare le profondità, un aumentare il desiderio, come diceva Freud. Si può vendere un’ora di amore ma – come dice il cantante Antonello Venditti – “non c’è sesso senza amore”. La sessualità senza anima – dice U. Galimberti – si riduce “ad una idraulica”. Il rapporto sessuale in questo senso va educato con una diversa iniziazione personalistica e “liberante” che aiuti la maieutica del pudore, la scoperta e il disvelamento dell’anima nel sesso e nel sentimento e abbandoni la pratica ossessiva e precoce di una ingorda sessualità senz’anima a cui sentono il bisogno di attingere un numero crescente di infelici “cuori solitari” che, come è noto, sono in aumento nella società dell’individualismo di massa. Vale la lezione di E. Mounier, fondatore del personalismo comunitario, quando invitava “a smettere di rappresentare il corpo e lo spirito dell’uomo come i personaggi di una figura di danza. Ad ogni momento l’uomo è l’uno e l’altro, anzi l’uno dentro l’altro: anima e carne, coscienza e gesto, atto ed espressione. Se lo sguardo è la più acuta parola dell’anima, tutto il corpo ne è la voce confusa” (cfr. “Trattato del Carattere” Ed. Paoline). In questo senso il primato dello spirituale non è condanna del corpo ma “ripresa” e giusta valorizzazione del pudore e della privacy senza pruriti moralistici ma con forti sentimenti “umani” di rispetto di ogni persona e del bene della comunità, delle sue radici valoriali e della sua vera etica pubblica, che non attiene sostanzialmente alle “buone maniere” ma tocca da vicino e insegue come scopo generale “la vita buona”, come ha sottolineato Vittorio Possenti. Il problema della prostituzione è quindi culturale in senso antropologico-storico ma anche spirituale. Tocca l’anima prima dei corpi; interroga lo spirito religioso prima della ragione politica anche nella società multiculturale e multireligiosa. E’ la libertà del cuore in democrazia a decidere del proprio bene. La legge disciplina l’esercizio di un diritto umano, civile e politico, ma non può plasmare la coscienza né violare la interiore decisione della ragione, ma solo contenere gli argini del costume. L’unica regola dell’amore è, secondo Sant’Agostino, quella della libertà che si fonda sull’amore (Ama et fac quod vis). La libertà anche di peccare e di sbagliare, donata da Dio e guadagnata con il peccato originale, come ben sa la Chiesa “esperta in umanità”, è il primo valore dopo quello della vita. Con la legge Merlin degli anni ’50, iniziò nel Paese una rivoluzione del costume sessuale con la vendita del sesso per strada. Di questo condizionamento non ci siamo ancora liberati nei suoi aspetti negativi e nella sua forza di liberazione. La società italiana (i giovani, in particolare!) ha bisogno non solo di correttivi e di condanne ma soprattutto di una più incisiva educazione integrale delle persone ad un nuovo rapporto fra i sessi, più umano e liberante. Per orientare l’evoluzione del costume verso spiagge più umane e salutari bisogna abbandonare il pendolo del permissivismo e del proibizionismo astratto che fanno salvi i principi, ma spengono la responsabilità della scelta esistenziale. Liberare le donne, i bambini e gli uomini dalla schiavitù e dallo sfruttamento sessuale delle “tratte” è un compito primario di una politica dell’ordine pubblico. Tutelare invece la libertà del privato in ordine alla vita sessuale è un’esigenza primaria della difesa della persona umana creata libera, razionale e perfettibile. Lo zoccolo duro di un costume di un popolo non è il sentimento del pudore che cambia, ma il cuore in cui si riconosce la nazione. Senza fanatismi né eroici furori bisogna difendere il cuore religioso e razionale della Nazione italiana. Forse è saggio nella nuova legislazione ricorrere non solo all’ironia e al sorriso di Fabrizio De André con la famosa “Bocca di rosa”, ma soprattutto alla superiore luce spirituale e profonda dell’insegnamento cristiano di Gesù il quale, sapendo leggere nel cuore e nella vita degli uomini, ci ha avvertiti che “i pubblicani e le prostitute ci passano avanti nel Regno di Dio” (Mt. 21, 28-32).
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