di Matteo Orlando
CITTA’ DEL VATICANO - Giulio Base (nella foto), classe 1964, torinese, è uno dei registi italiani più apprezzati, anche in ambito cattolico. Dopo il diploma alla Bottega Teatrale di Firenze, diretta da Vittorio Gassman, ha conseguito la laurea in Storia del Cinema presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università ‘La Sapienza’ di Roma e, raro per un regista, quella in Teologia presso l'Istitutum Patristicum Augustinianum nella Città del Vaticano. Dicevamo apprezzato in ambito cattolico anche per le produzioni agiografiche in tv. Suo il film su Santa Maria Goretti, suo il Padre Pio (2000) che ha ottenuto il più alto share della storia della tv italiana, con l'interpretazione di Michele Placido. Suoi, ancora, vari episodi della serie televisiva Don Matteo, suo il tv movie San Pietro, che sarà l'argomento principale del nostro colloquio con il regista.
Intanto una curiosità. Leggiamo nella sua biografia: sposato con la PR Tiziana Rocca, padre di 3 figli e poi... fa parte del Mensa (società che ammette coloro che hanno comprovato - dietro test - il loro altissimo quoziente intellettivo). Vuole spiegarci meglio?
“Ho visto il sito del Mensa su internet, ho fatto il test, l’ho superato ed ora ogni tanto mi ritrovo con gli altri soci. Niente di più. Non sono sicuro di essere davvero così intelligente, ma fa piacere lo stesso…”.
Quali, tra i suoi lavori alla regia, ama ricordare, e per quale motivo?
“Maria Goretti. Il perché non lo so spiegare bene. Mi pare che quel film avesse qualcosa di molto particolare, ancora oggi a distanza di anni non posso vederlo senza commuovermi”.
Come un buon regista deve leggere nella psicologia di chi sta dirigendo?
“Come tutti coloro che fanno un lavoro a contatto con gli altri e vogliono farlo bene, ci si deve immedesimare negli altrui problemi, sogni e desideri. Un buon medico, un buon avvocato, un buon prete, sono tali quando davvero si occupano di coloro i quali chiedono aiuto. Un regista è un po’ così, deve amare i suoi attori e cercare di tirar fuori il meglio senza imporsi con tono autoritario. Semmai autorevole”.
Arriviamo al San Pietro, film tv targato Lux Vide. Si è detto: “E’ un prodotto che incarna il senso del servizio pubblico: valori, qualità, ascolti”. E’ stato davvero così. Quali reazioni al suo film l’hanno gratificata maggiormente?
“La proiezione durante i lavori del Sinodo in Vaticano, davanti ai Vescovi e ai Cardinali di tutto il mondo che battevano le mani e poi stringevano le mie e quelle di Omar Sharif per congratularsi. Indimenticabile”.
Come si fa a trasmettere la fede attraverso le immagini, oggi, in un mondo in cui molti non credono o, pur dicendo di credere, vivono come se Dio non ci fosse?
“Credo che per trasmettere la fede serva innanzitutto averla. Il resto va da sé”.
Come fa un regista a trasmettere, con parole e immagini, le esperienze e le emozioni di personaggi così straordinari, tipo Pietro, che hanno vissuto episodi mistici notevoli?
“Altri registi non so, so come faccio io. Mi inginocchio e prego che quei Santi mi aiutino a restituire la verità di quello che sto raccontando”.
Che tipo di interpretazione ha previsto per i vari personaggi e quali aspetti voleva far emergere in Pietro, Saul-Paolo, Anna, Maddalena, la Madonna, il gladiatore Davide, e altri?
“Quella che si vede nel film. Sono abbastanza a mio agio con gli attori e le attrici - sono attore anch’io - e finché (insieme, io e gli attori) non abbiamo una scena che ci piace, continuiamo a provarla e a girarla”.
Le sinfonie scritte da Monsignor Marco Frisina, il giusto coronamento…
“Monsignor Frisina è un grande maestro, una grande persona ed un grande artista. Ma credo soprattutto un ottimo sacerdote. Mi è stato vicino anche spiritualmente prima delle riprese, non scorderò mai la Messa fatta prima di cominciare a girare”.
Cosa l’ha colpita di quei terribili momenti che vissero gli apostoli all'inizio della Chiesa, subito dopo la crocifissione di Gesù?
“Il terrore che devono aver provato sia fisicamente - vedi Stefano e gli altri martiri - sia spiritualmente, dopo aver visto che il Maestro se ne era andato così miseramente. Fortunatamente la Pasqua è davvero il fulcro della nostra religione…”.
Pietro, ad Antiochia, si becca un applauso da stadio, quasi una Ola. Sembrava il Papa che si affaccia dalla sua finestra in Vaticano, o sbaglio?
“Non sbaglia. Volevamo raccontare proprio la ‘prima finestra’ che si affaccia sui cristiani del mondo”.
Mattia e Paolo quasi litigano quando discutono sull'opportunità di battezzare i non ebrei. Le emozioni degli attori in quei momenti?
“Enormi. Non solo sul set, ma anche la sera, a cena, durante le prove. Si discuteva, si studiava, si leggevano e rileggevano le Scritture per capire quanto fosse nodale quel passaggio storico - non solo dal punto di vista religioso - per la vita di noi tutti”.
C'è anche un Nerone ovviamente cattivissimo, che sembra anche uno stupido…
“La fiction, il cinema, hanno delle regole narrative precise. Nerone non è il nostro protagonista, non c’era il tempo di ricostruire perfettamente tutta la sua storia, è diventato semplicemente quello che drammaturgicamente si chiama l’antagonista”.
E’ corretto vedere in molte scene citazioni pittoriche quali Leonardo (l'Ultima cena), Raffaello (La prigionia di Pietro e la stessa sepoltura di Cristo), molte tracce di Caravaggio (Lampi di luce) e di Pontormo (I drappeggi)?
“E’ corretto, grazie per averlo notato. Ho studiato a lungo quei quadri, i grandi artisti impiegavano anni interi a confezionare quei capolavori. Io ho la fortuna di avere musica, parole, immagini in movimento, attori in carne ed ossa. Per me è immensamente più facile, loro dovevano fare tutto in una sola inquadratura”.
In Pietro La ritroviamo anche come attore...
“Sì, mi piaceva essere uno dei due discepoli di Emmaus, uno che più di tutti è sfiduciato fino a che non ‘vede’ il Maestro risorto. Ed è proprio uno dei primi a vederlo…”.
Qualche domanda di strettissima attualità al teologo Base. "Ad ogni essere umano, dal concepimento fino alla morte naturale, va riconosciuta la dignità di persona". Cosa comporta, materialmente, questo, nella nostra società consumistica ed edonistica?
“In questi temi così scottanti e difficili mi rimetto completamente al Magistero della Chiesa”.
Riflessione etica e ricerca biomedica. Come conciliarle?
“Con la fede. Se non si ha fede, si usi almeno il buon senso”.
Perché tanti, dentro e fuori la Chiesa, Corpo di Cristo, hanno idee in materia etica e sociale spesso difformi dal Magistero, e, di conseguenza, difformi dalla tradizione apostolica e dalla Sacra Scrittura? Ignoranza, malizia o altro?
“Il libero arbitrio è una delle prerogative fortunate della nostra esistenza. Sta a noi farne buon uso. Per certi argomenti, che sento più grandi di me, mi affido alla Chiesa in maniera totale”.
I suoi pensieri su tematiche forti quali embrioni umani e aborto, cellule staminali, tecniche di fecondazione, clonazione, mezzi di intercezione (spirale, pillola del giorno dopo) e di contragestazione (pillola RU486)?
“Difficile essere sintetico su argomenti del genere. Ma certamente le dico NO con tutta la mia forza all’aborto”.
Dai mass media emerge che molte persone sembrano non aver più coscienza del proprio limite e, di conseguenza, non saper guardare ad una trascendenza infinita. Che ne pensa?
“Un’enorme tristezza per loro. La fede è un dono, una fortuna, una grazia enorme. Mi dispiace per chi non ce l’ha e che quindi conduce una vita triste e vuota”.
Secondo lei, perché Sacra Scrittura, Tradizionale Apostolica e Magistero della Chiesa condannano fermamente inclinazione, atti e unioni omosessuali?
“Non so il perché ma se le Scritture sono Sacre, in tal modo vanno trattate e lette”.
Il Santo Padre Benedetto XVI ha più volte insegnato che il mondo ha perso il senso, e la misura, del peccato. Che ne pensa?
“Sono d’accordo. La ‘dittatura del relativismo’ è il problema principale della nostra epoca e il Santo Padre l’ha condannata fin dai suoi inizi di pontificato, se non prima”.
Il Suo rapporto con Papa Benedetto XVI?
“Lo adoro, lo prego, lo stimo. Gli voglio bene come si ama un Padre. L’ho incontrato una sola volta, brevemente, in piazza San Pietro; il suo segretario, Monsignor Gaenswein, che mi conosce meglio e che conosce anche i miei lavori, gli ha spiegato qualcosa su di me. E’ possibile che abbia anche visto qualche pezzo dei miei film. Ne sarei onoratissimo, felicissimo”.
Come cristiani, sappiamo che ci attende la vita dopo la morte. Come si aspetta il Paradiso?
“Un posto dove si realizzano i propri sogni, le proprie aspirazioni e dove pace ed armonia regnano sovrani. Dove poter riabbracciare mia madre e vivere nell’adorazione della luce del Padreterno”.
Veniamo al Purgatorio. Purtroppo se ne parla poco. Come lo immagina?
“Non me lo immagino. Non lo so, non ci riesco. Quello descritto da Dante potrebbe essere l’unica similitudine utile”.
L’inferno. Gesù ne parla tanto nei Vangeli ma molti lo negano. Lei che ne dice?
“L’inferno è vuoto, dice certa teologia moderna. A tutti sarà perdonato. Chissà se è giusto, chissà se è vero”.
Crede a Satana e agli angeli ribelli come esseri “personali” e alla possibilità delle possessioni diaboliche?
“Purtroppo credo che Satana esista e talvolta ne ho anche paura. Ma talvolta ne ho anche compassione. Nel male risiede così tanta infelicità…”.
Secondo lei, qual è il peccato che offende di più Dio?
“La superbia”.
Quanto può intercedere la Beata Vergine Maria presso Dio per la salvezza delle nostre anime?
“Tantissimo. Lei è nostra Madre. Non c’è giorno ch’io non la preghi. Mater mea, fiducia mea”.