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Benedetto XVI, San Francesco e la povertà di Cristo
di Alberto Giannino
Papa Benedetto XVI, ad Assisi, nella Cattedrale di San Rufino, nell'incontro con i Sacerdoti, i Diaconi, i Religiosi, le Religiose i Superiori e gli Alunni, ha fatto un'affermazione estremamente importante che agli addetti ai lavori, ai vaticanisti dei grandi mass-media e ai teologi, e' sfuggita. Il Pontefice ha detto che la Chiesa col carisma di Francesco e col suo messaggio va oltre se stessa, anche se, ovviamente, in comunione col Papa ed animata dallo Spirito. E non e' azzardato affermare che la Chiesa di Francesco e' quella dei poveri, visto che nella sua vita egli si e' battuto per i poveri e ha lasciato tuto per seguire Cristo. Si, la Chiesa dei Poveri. È una bella espressione. Ci riporta l’eco del Vangelo; Gesù attribuisce a Sé il vaticinio del profeta Isaia: «Lo Spirito del Signore … mi ha inviato ad evangelizzare i Poveri» (Is. 61, 1; Lc. 4, 18); e la sua prima beatitudine, come tutti ricordiamo, suona così: «Beati i Poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt. 5, 3). E poi, chi non ricorda la povertà di Gesù e la sua amabilità per l’umile gente, e le raccomandazioni fatte ai suoi apostoli affinché fossero staccati dalle cose terrene e senza pretese di essere forniti d’ingombranti beni temporali? L’esempio del Signore è riassunto in una sentenza lapidaria di San Paolo: Gesù Cristo «si è fatto misero per noi essendo lui ricco, affinché per la sua povertà voi diventaste ricchi» (2 Cor. 8, 9). Molte persone sofferenti, afflitte e nel bisogno ci offrono la visione della Chiesa sofferente, che possiamo ben dire la vera Chiesa delle beatitudini evangeliche, la vera Chiesa della realtà vissuta, la Chiesa paziente nel dramma della storia, la Chiesa anelante e piangente alla vita promessa a coloro che avranno portato con Cristo la sua Croce. Noi pensiamo che sia opportuno e doveroso riflettere sul rapporto tra la Chiesa di Cristo e l’umanità sofferente. L’idea di Chiesa è di natura sua associata a quella d’una fortuna, d’una felicità, d’un regno pieno di luce e di vita, così che facilmente dimentichiamo che la beatitudine ch’essa annuncia, promette e realizza è, per il momento, cioè durante la nostra vita terrena, essenzialmente spirituale e non mai totale; è la beatitudine della coscienza e della speranza, che solo oltre il nostro pellegrinaggio nel tempo avrà la sua pienezza. Le beatitudini del Vangelo proiettano nel futuro l’adempimento delle loro promesse. «Spe enim salvi fatti sumus»: siamo infatti, dice S. Paolo, salvati nella speranza (Rom. 8, 24); e S. Pietro scrive: «Dio ci ha rigenerati in una speranza viva» (1 Petr. 1, 3). E chi considera attentamente tale rapporto tra Chiesa e sofferenza umana, potrà altresì qualche cosa comprendere del mistero di avversità, che la Chiesa medesima incontra e subisce. La passione del Signore, Capo della Chiesa, continua nelle sue membra, nel suo mistico corpo, la Chiesa (cfr. Col. 1, 24). Voi lo sapete, questa è la storia della Chiesa; e non soltanto storia passata, ma in non poche regioni del mondo storia presente. «Come Cristo - dice il Concilio - ha compiuto la redenzione nella povertà e nella persecuzione, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza» (Lumen Gentium, n. 8); e cita Sant’Agostino: la Chiesa «prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio: inter persecutiones mundi et consolationes Dei peregrinando procurrit Ecclesia» (De civ. Dei, 18, 51, 2; P.L. 41, 614). Tutti sappiamo quale importanza abbia in tutto il Vangelo il tema della povertà: a cominciare dal sermone delle Beatitudini, nel quale i " Poveri in spirito" hanno il primo posto, non solo nel sermone, ma nel Regno dei cieli, per continuare nelle pagine dove gli umili, i piccoli, i sofferenti, i bisognosi sono magnificati come i cittadini preferiti del medesimo regno dei cieli (Mt. 18, 3) e come i rappresentanti viventi di Cristo stesso (Mt. 25, 40). L’esempio poi, e soprattutto, di Cristo è la grande apologia della povertà evangelica (Cfr. 2 Cor. 8, 9; Sant'Agostino, Sermo 14; PL 38, 115). Sappiamo; e faremo bene a ricordarlo, proprio in omaggio a quella autenticità cristiana, che, auspica il Concilio Vaticano II, conforme aI genio spirituale del nostro tempo, noi tutti andiamo cercando. Il tema è molto vasto; e noi non pretendiamo affatto darvi qui svolgimento; solo lo ricordiamo, per la sua importanza teologica: la povertà evangelica comporta infatti una rettifica del nostro rapporto religioso, con Dio e con Cristo, a causa dell’esigenza primaria che questo rapporto afferma dei beni dello spirito nella classifica dei valori degni d’essere prefissi alla nostra esistenza, alla nostra ricerca e al nostro amore: «Cercate come prima cosa il regno di Dio» (Mt. 6, 33); e che svaluta - ecco la povertà! - nella graduatoria di stima verso i beni temporali, la ricchezza, la felicità presente, al confronto con il sommo Bene, che è Dio, e con il suo possesso, che è la nostra eterna felicità. L’umiltà dello spirito (Sant'Agostino, Enarr. in Ps. 73; PL 36, 943) e la temperanza, e sovente il distacco, sia nel possesso, che nell’uso dei beni economici, costituiscono i due caratteri della povertà, che il Maestro divino ci ha insegnata con la sua dottrina e ancor più, come dicevamo, col suo esempio: Egli si è rivelato, socialmente, nella povertà. Come si vede, questo principio teologico, su cui si fonda la povertà cristiana, diventa un principio morale, informatore dell’ascetica cristiana: la povertà, vista nell’uomo, è, più che un dato di fatto, il risultato volontario d’una preferenza d’amore, scelta per Cristo e per il suo regno, con rinuncia, ch’è una liberazione, alla cupidigia della ricchezza, la quale comporta una serie di cure temporali e di vincoli terreni, occupando con prepotenza grande spazio nel cuore. Ricordiamo l’episodio evangelico del giovane ricco, il quale, posto nell’alternativa della sequela di Cristo, e dell’abbandono delle proprie ricchezze, preferisce queste a quella, mentre il Signore «lo guarda e lo ama» (Mc. 10, 21), e lo vede andarsene tristemente. La Chiesa, cioè la religione cristiana, non è una società d’assicurazione contro i mali della vita presente; anzi, se bene si osserva, è una società dove le sofferenze umane trovano una accoglienza preferenziale. La Chiesa, si, è tutta rivolta ad alleviare i mali dell’uomo, il peccato per primo, il dolore, la miseria, la morte. Essa è pietosa verso ogni deficienza umana; e proprio per questo corre fra la Chiesa e l’uomo che soffre una profonda simpatia. Chi sa ben valutare questo rapporto può comprendere la tendenza della Chiesa a chinarsi amorosamente verso i poveri e gli infelici; anzi, a fare di essi i suoi figli prediletti, e a dare a se stessa il titolo umile e glorioso di Chiesa dei Poveri, non che a proporsi come programma la povertà. La prima beatitudine del discorso della montagna risuona sempre nel cuore della Chiesa. Ne abbiamo ascoltato l’eco diventare più forte e avvincente durante il Vaticano II (cfr. Decr. Christus Dominus, n. 13; e Presbyterorum Ordinis, n. 6). La Chiesa oggi deve mostrare, agli uomini del nostro tempo in modo particolare, l’aspetto col quale si è rivelato il mistero di Cristo: l’aspetto morale della povertà, e l’aspetto sociologico della sua estrazione preferenziale fra i Poveri come ebbe a sottolineare il Cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, al Concilio. Come subito si vede, questo principio teologico, su cui si fonda la povertà cristiana, diventa un principio morale, informatore dell’ascetica cristiana: la povertà, vista nell’uomo, è, più che un dato di fatto, il risultato volontario d’una preferenza d’amore, scelta per Cristo e per il suo regno, con rinuncia, ch’è una liberazione, alla cupidigia della ricchezza, la quale comporta una serie di cure temporali e di vincoli terreni, occupando con prepotenza grande spazio nel cuore. Tutti vediamo quale forza riformatrice abbia l’esaltazione di questo principio: la Chiesa dev’essere povera; non solo; la Chiesa deve apparire povera. Forse non tutti vedono quali giustificazioni possono darsi di aspetti diversi assunti storicamente dalla Chiesa nel corso della sua vita secolare e al contatto con particolari condizioni della civiltà; quando, ad esempio, l’aspetto della Chiesa apparve come quello d’una grande proprietaria terriera, essendo lei impegnata a rieducare le popolazioni al lavoro dei campi; ovvero come quello d’un potere civile, quando sfasciatosi questo, occorreva chi lo esercitasse con umana autorità; ovvero quando per esprimere il suo carattere sacro e il suo genio spirituale ornò di magnifici templi e di ricche vesti il suo culto; o per esercitare il suo ministero assicurò pane e decoro ai suoi ministri; o per dare impulso all’istruzione o all’assistenza del popolo fondò scuole e aperse ospedali; o ancora per immedesimarsi nella cultura di dati momenti storici parlò sovranamente il linguaggio dell’arte (Cfr. ad es. G. KURTH, Les origines de la civilisation moderne). Bisogna rendersi conto - diceva Paolo VI - che noi apparteniamo non ad una Chiesa trionfante, ma ad una Chiesa militante, contrastata e sofferente. Vorremo noi amarla meno la Chiesa per questo? Non vorremo noi partecipare alla sua povertà e alla sua passione? Dimenticheremo noi che la Chiesa, anche nella sua sofferenza, e proprio per questa stessa sofferenza, sperimenta insieme le «consolationes Dei», e «sovrabbonda di gaudio in ogni tribolazione» sua? (2 Cor. 7, 4). Non la ameremo noi forse di più la nostra Madre, la Santa Chiesa, proprio perché sofferente?
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